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Istituto Fisica Catania, Sara Pirrone: «Poche di noi riescono a fare ricerca»

Il diario di una fisica catanese, «90 anni dopo Solvay, per essere scienziate ci vuole uno scatto d'orgoglio»

Istituto Fisica Catania, Sara Pirrone«Poche di noi riescono a fare ricerca»

Com’è nata, quella foto, e con quale spirito è stata scattata?

«Ci siamo divertiti moltissimo. La proposta ci è venuta dalla responsabile stampa dell’Università di Trento, Alessandra Saletti. Sotto un cielo trentino che si faceva sempre più minaccioso di pioggia, abbiamo cercato di rispettare pose e posizioni della foto originaria: la mia è quella di Ralph Fowler, astronomo inglese, Clementina Agodi, anche lei catanese (ultima fila quarta da destra) è al posto di Wolfgang Pauli, in prima fila Antigone Marino (la più giovane di tutte) siede nel posto di Einstein. E poi il bastone nelle mani di Langmuir, per esempio, è diventato un ombrello in quelle di Cinzia Giannini, qualcuna di noi è in piedi su una sedia, per riprodurre le differenze di altezza, altre hanno trasformato il cappello in una borsetta e così via. Qualcuno ha malignando detto che si trattava della foto di Solvay in negativo. Io, 90 anni dopo, dico che è un complemento di quella».

I pregiudizi, quindi, resistono e c’è ancora chi ritiene le donne incompatibili con la scienza a dispetto di tante evidenze?

«Si, la Fisica è considerata una delle “Scienza dure”, difficilmente affrontabile da una donna. Ciò non è assolutamente vero, ma proprio solo un pregiudizio, che in quanto tale condiziona negativamente».

La preponderanza di uomini in qusti contesti di alta qualificazione, è da attribuire alla volontà di emarginare le donne?

«Non credo e spero proprio non sia per questo! Nell’ente in cui lavoro, non ci sono discriminazioni tra uomo e donna, lo stipendio di una donna è uguale a quello di un uomo con lo stesso livello, e personalmente non mi è mai capitato di essere trattata in modo diverso che da un collega uomo».

Allora qual è il punto?

«Se si guardano le statistiche di un qualunque ente di ricerca e si prende in considerazione lo sviluppo delle carriere, queste manifestano sempre una forbice tra livelli alti e bassi. Uomini e donne partono insieme, ma nei ruoli di apice si trovano molti più uomini che donne. Le donne hanno molti più compiti familiari, degli uomini, nonostante in tempi recenti molte incombenze sono state condivise. Alcuni ruoli sono femminili, a partire naturalmente da quello materno e in generale di cura della famiglia, comprendendo per esempio quello dei genitori anziani. C’è anche una questione ancestrale: l’uomo è nato per garantire la difesa, la sopravvivenza della famiglia, mentre alla donna è stata delegata la perpetuazione della specie e la cura della famiglia. Questa divisione dei compiti, nelle società attuali cade poco per volta, ma ciò non toglie che la società è stata impostata dagli uomini e in questa le donne cercano i loro spazi».

Quando si raggiungerà, nei ruoli apicali, la parità numerica tra uomini e donne?

«E’ una cosa su cui si sta lavorando. Uno strumento è stata l’introduzione delle quote rosa, ovvero di spazi riservati e obbligatori per le donne in vari contesti. Ma questo, per esempio in ambito scientifico, può essere applicato solo in determinati casi, per esempio nella formazione delle commissioni di esame, ma se si fa un concorso non si possono garantire le quote rosa tra i vincitori: sarebbe umiliante per le donne e comunque ingiusto. Il merito non ha genere».

Cosa pensa dell’abitudine di declinare al femminile anche ruoli e competenze?

«L’uso delle parole è molto importante: io sono “primo ricercatore”, non “prima ricercatrice”, e così mi presento. L’Accademia della Crusca dice che parole come sindaca, ministra, assessora, sono in uso, ma dice anche che il ruolo può essere indicato con un termine neutro. Il latino ci insegna che esiste un genere “comune” le cui parole sono utilizzabili indifferentemente dal genere. Come accade per molte delle parole che indicano appunto un ruolo».

Cosa direbbe a una ragazza che vuole iscriversi in una facoltà scientifica?

«Direi di studiare, studiare, studiare senza lasciarsi scoraggiare da nessuno. E’ importante che ciascuno di noi segua la propria vocazione, abbia il coraggio di provare a realizzare i propri sogni».

E a un ragazzo?

«La stessa identica cosa».

Quando si è iscritta in fisica quante donne c’erano nel suo corso?

«Una ventina su un centinaio di iscritti. Che è comunque una buona percentuale. Non so cosa spinge tante donne a evitare le materie scientifiche e comunque a non scegliere la carriera della ricerca. Forse dentro molte di noi c’è la paura di non poter dedicare il giusto spazio a causa dagli impegni di casa e famiglia. Certamente ci vorrebbero più sostegni alla famiglia in generale, questo farebbe, almeno in parte, cambiare la situazione».

Cos’hanno in più, rispetto agli uomini, le donne che fanno ricerca?

«Scherzando potrei rispondere “hanno una donna che gli organizza la vita”. Seriamente, invece, è difficile generalizzare. Forse nelle donne c’è la capacità, e anche la voglia, di considerare più fattori rispetto a un uomo, inclusi i fattori emotivi e quelli contingenti. Questo è a mio avviso molto importante, nel coordinamento dei gruppi di ricerca spesso numerosi e in cui è necessario interagire con tutti».

E gli uomini?

«La capacità opposta, quella di andare dritti alla meta senza porsi tanti interrogativi».

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