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Ocore, la stampante 3D targata Sicilia che stupisce tutti

Tre soci realizzano barche e grandi manufatti leggeri “tutti d’un pezzo”, senza stampi e ad alte prestazioni

Ocore, la stampante 3D targata Sicilia che stupisce tutti

«Il core business della start up - spiega Daniele Cevola - è realizzare strutture e oggetti di grandi dimensioni con la tecnologia della stampa 3D, ottimizzando le strutture e rendendo gli oggetti più leggeri e più resistenti». La caratteristica di Ocore, come sottolinea Francesco Belvisi è «lavorare sulle grandi taglie ad alte prestazioni: esistono infatti altre società al mondo che realizzano pezzi di grandi dimensioni stampati in 3D, ma non con strutture così performanti».

La nautica è il settore dove i tre soci si sono impegnati, almeno finora: «Fondamentalmente - spiega Daniele Cevola - progettiamo barche, sfidando con la nostra tecnologia un settore così conservativo come quello della nautica. Stiamo costruendo, in collaborazione con NautiLab, la prima barca a vela realizzata con stampante 3D, la Mini Transat, che nel 2019 parteciperà a una regata transoceanica». Ma la loro tecnologia è declinabile in altri ambiti industriali come ad esempio aerospazio, automotive, motorsport, «tutti settori in cui alte prestazioni e materiali compositi sono altamente utilizzati».

Per dimostrare le potenzialità della loro speciale stampante 3D - un robot con bracci alti 2 metri e mezzo che possono sbracciare fino a 3 metri, sui quali i cervelli siciliani hanno montato un estrusore di loro progettazione, cuore del sistema, dove viene inserito il materiale, che viene fatto sciogliere creando così l’oggetto finale - i soci di Ocore hanno realizzato in 8 ore (dal disegno alle onde del mare) un surf, oggetto di facile comprensione per chiunque: «Era - spiega Daniele Cevola - un dimostratore, una cosa divertente per fare vedere le potenzialità e dimostrare che quello che stampiamo lo possiamo utilizzare immediatamente».

Ma cosa rende unica questa stampante 3D siciliana? «Eliminiamo - spiega Francesco Belvisi - gli stampi che si utilizzano per realizzare gli oggetti e che spesso costituiscono il costo maggiore». Tuttavia, precisa Daniele Cevola, «solitamente si assimila la stampa 3D a costi bassi. In realtà, il vero vantaggio è la garanzia di fornire un oggetto finito con caratteristiche meccaniche e strutturali che un altro costruito in maniera tradizionale non potrebbe mai avere: la stampa 3D permette di costruire ciò che si progetta al computer con strutture e geometrie irrealizzabili fino a oggi. Poi c’è il vantaggio che il 90% del materiale a fine ciclo vita può essere riutilizzato, caratteristica che i materiali compositi non hanno».

Lungo e difficile il cammino per arrivare a questo successo: «Abbiamo iniziato nel 2014 - racconta Daniele Cevola -, riuscendo a coinvolgere aziende multinazionali che hanno creduto nel nostro progetto, come la tedesca Lehvoss che ha fornito sin da subito i materiali per i nostri test, fino a diventare oggi un partner importante per la costruzione della barca e sponsor per l’imbarcazione stessa». Inoltre, l’Iti Vittorio Emanuele di Palermo ha messo con grande lungimiranza gratuitamente a disposizione dei ricercatori un capannone all’interno della scuola: «Oggi - sottolinea Daniele Cevola - abbiamo già un brevetto su una strategia di deposizione, ma stiamo lavorando su altri brevetti perché dobbiamo continuare ad avere questa leadership che ci siamo costruiti: ci sono infatti aziende molto più blasonate di noi che potrebbero fare in 6 mesi quello che noi abbiamo fatto in 4 anni».

I riscontri dal mercato, soprattutto estero, ci sono: «In questi anni - prosegue Daniele Cevola - abbiamo lavorato nell’ambito nautico. L’anno scorso, abbiamo partecipato con i nostri partner industriali a una fiera ad Hannover, dove abbiamo portato il robot che costruiva in 2 ore il timone di una nostra barca. Ciò ha generato tantissimo interesse, soprattutto in settori industriali lontani dal mondo della nautica che hanno visto nella nostra tecnologia applicazioni pratiche in aerospazio, motorsport e automotive, in cui sono necessarie alte prestazioni e affidabilità». Da lì per i tre soci di Ocore si è aperto un mondo: «Partiremo a breve con lavori di consulenza per i sistemi eolici, ma stiamo lavorando anche in archeologia. In questo caso, stiamo cercando di realizzare un elemento in legno, completamente deperito dal tempo, a Nicosia (Cipro): l’elemento non esiste più, ne è stata fatta una ricostruzione tridimensionale e noi stiamo cercando di ricostruirlo con la stampa 3D per ridare una forma estetica alla struttura». Questa tecnologia supera un limite di quelle tradizionali, come sottolinea Francesco Belvisi: «Se fosse stato fatto con le tecnologie esistenti, questo portone avrebbe avuto una risoluzione molto più grezza e sarebbe stato troppo pesante per essere supportato da un elemento antico. Si aprono così scenari ad oggi inesplorati». Dove «il limite - chiosa Daniele Cevola - è solo la nostra fantasia».

Ad essere interessate, soprattutto aziende estere: «L’estero - conferma Daniele Cevola - è sicuramente molto più attento all’innovazione tecnologica dell’Italia e per fortuna vede ancora nel nostro Paese un centro di eccellenza. L’Italia ha ancora quell’appeal per cui, quando si mescola tecnologia e fantasia, siamo sempre un punto di riferimento». Merito della tanto bistrattata preparazione scolastica italiana, che anche negli studi scientifici non disdegna la preparazione umanistica, ma anche, forse, come sottolinea Francesco Belvisi, «del fatto che in Italia siamo abituati a doverci inventare soluzioni. Così, senza finanziamenti iniziali, ma solamente avendo idee nuove, siamo riusciti ad attirare l’interesse di grandi aziende che ci hanno supportato e fornito macchinari e attrezzature che non avremmo mai potuto comprare. Inoltre, l’istituto tecnico ha messo a disposizione a titolo gratuito un capannone di 400 metri quadri».

Il progetto è rimanere in Sicilia: «Se vogliamo fare un discorso campanilista - sottolinea Daniele Cevola -, la nostra Isola ha tanto da offrire in termini di menti, creatività e voglia di fare. Ci sono tanti giovani, tante realtà siciliane che hanno voglia di imprenditoria, di fare ricerca, di crescere. E questo fa merito alla nostra terra. Ci sono a livello nazionale, però, limiti dettati da una burocrazia lenta, da concetti abbastanza arcaici di favore, amicizia e simpatia. Noi, tuttavia, per fortuna non abbiamo a che fare con un mercato locale italiano: i nostri clienti sono prevalentemente all’estero. Ciò ci permette di sviluppare, sperimentare e produrre a casa nostra la tecnologia». Il che significa prossime assunzioni, anche perché «oggi, anche una società che guarda al mondo come mercato di sbocco - rileva Francesco Belvisi -, pur da un posto isolato come la Sicilia, può mantenere bene i rapporti e avere forniture, anche se ovviamente l’assenza di un sistema di aziende che lavorano su campi affini con cui collaborare è un ostacolo. Quello che ci auguriamo è che nel tempo si sviluppino in Sicilia più realtà come la nostra e che, anche dal punto di vista amministrativo, ci sia una maggiore predisposizione nel favorirle. Le aziende italiane, che vantano eccellenze artigiane in tanti settori, sono però in forte ritardo nell’implementazione di processi industriali: automazione, robotica, intelligenza artificiale oggi sono strumenti molto potenti che possono rendere le aziende molto competitive, ma che in Italia, anche nel caso di grandi realtà, si utilizzano veramente poco».

Perché quello che i tre siciliani stanno facendo è «l’applicazione reale dell’industria 4.0 di cui tutti parlano - sottolinea Daniele Cevola -. Il governo parla di industria 4.0, di incentivi all’innovazione: noi ci lavoriamo da almeno 2 anni ed è ciò che faremo quando saremo a regime. Speriamo che ciò sia valorizzato: vedremo cosa succederà. Non vorremmo essere costretti un domani ad andare via: è chiaro che ci stiamo mettendo il cuore per fare impresa in Sicilia, vogliamo essere con orgoglio un’eccellenza siciliana, ma dobbiamo anche essere nelle condizioni di potere eccellere. Non vogliamo regalato nulla, ma vorremmo soltanto essere messi nelle condizioni di potere svolgere le nostre attività come in qualsiasi altro posto nel mondo».

Consigli ai giovani? «Quello che ci permettiamo di suggerire ai giovani - sottolinea Daniele Cevola - è di perseverare, credere in quello che fanno e non arrendersi davanti alle difficoltà. Se si crede in un progetto, se si è ambiziosi, prima o poi la strada spunterà da qualche parte». Con un ulteriore suggerimento da parte di Francesco Belvisi: «Quando si ha un’idea o un progetto, non avere paura di andare a bussare alle porte anche di grandi aziende e istituzioni, non tanto per chiedere quanto per proporre. È quello che è accaduto a noi: ciò che ci è tornato indietro è stato molto di più di quello che poteva essere un’offerta economica, abbiamo trovato gente che ha creduto nelle nostre idee e ha lavorato con noi, aiutandoci a svilupparle». Insomma, non essere timidi, ma osare, sempre.

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