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L'organario siciliano dalle cui mani nasce summa di tutte le arti

Di organi a canne nell'Isola ce ne sono più di un migliaio pochissimi invece gli artigiani che li costruiscono e restaurano

L'organario siciliano dalle cui mani nasce summa di tutte le arti

Giuliano Colletti, 42 anni, ha cominciato a mettere le mani tra canne, mantici, casse e tastiere quando ancora era adolescente. Nella bottega del padre Michele, diventato organario per caso. «Papà mio - racconta Giuliano - sapeva suonare l’organo e il violino. Durante la seconda guerra mondiale conobbe un ufficiale tedesco che lo volle accanto a sé per dei concerti. Questo ufficiale aveva in Germania una fabbrica di organi a canne. Cominciò così ad interessarsi anche della manutenzione di questi strumenti musicali. Finita la guerra, è stato un brevissimo periodo in Germania, poi è tornato a Chiusa Sclafani e negli anni ’50 ha aperto la sua bottega».

Di padre in figlio la bottega organaria è andata avanti e, negli anni ’90, si è ampliata. Rimanendo però sempre un’azienda a conduzione familiare.

«Oggi - prosegue Colletti, che dopo il diploma si è specializzato a Crema dove ha frequentato un corso di arte e cultura organaria - siamo in tre e lavoriamo in un capannone di 500 metri quadri alla periferia di Chiusa Sclafani. Oltre al restauro, ci occupiamo della costruzione di organi moderni».

Un mestiere antico, ma aperto all’innovazione. E allo stesso tempo un mestiere che racchiude tanti mestieri. «Sì, perché - spiega il 42enne artigiano - per fare l’organario si deve essere falegname, calzolaio, stagnino, saldatore, verniciatore, elettricista, disegnatore tecnico. Oggi, ad esempio, i progetti si fanno al pc con Autocad. L’organo, grande o piccolo che sia, è lo strumento musicale più complesso al mondo: viene costruito applicando i concetti di base della fisica, delle leve, dell’aria e del suono. Prima era esclusivamente meccanico, ora anche a trasmissione elettrica-elettronica».

Diventare mastro è un percorso che dura anni. «Non s’impara dall’oggi al domani: per mettere mano su un organo antico - sottolinea Colletti - ci vogliono almeno otto anni d’esperienza certificata. Gli organi dopo 50 anni passano sotto la tutela della sovrintendenza ai Beni culturali, che dà il nulla osta ai progetti di restauro».

Progetti che sino a qualche tempo fa venivano finanziati da una legge regionale, la numero 44 del 1985, con contributi pari al 70-80% della spesa. Da un paio d’anni, però, l’apposito capitolo non viene rimpinguato. L’assenza di fondi ha fatto calare le istanze di restauro presentate all’assessorato dei Beni culturali dai parroci, a cui restano i contributi della Cei (Conferenza episcopale italiana), oltre alle offerte dei fedeli.

Malgrado il venir meno dei fondi pubblici, l’artigianato collegato agli organi a canne continua a sopravvivere e si è ritagliato un mercato di nicchia fatto di studiosi, organisti e appassionati privati.

«Per quanto ci riguarda - riprende Colletti - cominciamo ad avere commesse pure dall’estero, momentaneamente dalla Francia. Inoltre realizziamo anche dei pezzi particolari che ci vengono richiesti da alcune fabbriche del Nord Italia».

Dalla valorizzazione dell’immenso patrimonio siciliano (circa 1.500 organi) passa la creazione di nuovi posti di lavoro. Magari con l’ausilio di sponsor privati, così come avviene sempre più frequentemente in ambito artistico. «Ci sono molti organi da restaurare, soprattutto nelle cattedrali - prosegue l’artigiano di Chiusa Sclafani -. Gli organi possono diventare un’attrattiva sia in chiave turistica che musicale, con i concerti. Sarebbe anche un’opportunità per quei giovani che si vogliono avvicinare a questo mestiere. Il lavoro c’è, ma occorre pazienza. L’apprendistato è lungo e richiede numerose competenze». Non meno lungo e faticoso è il lavoro in sé. Le fasi di lavorazione, a seconda della grandezza e della complessità del restauro o della realizzazione ex novo, possono richiedere pure un paio d’anni. Uno degli ultimi lavori di Colletti è stato il restauro dell’organo a canne della chiesa di San Sebastiano a Chiusa Sclafani, costruito nel 1637 da Antonino La Valle. Si tratta dell’organo più antico della diocesi di Monreale, anche se non il più antico in assoluto in Sicilia. Che si trova nella chiesa di San Francesco, a Castelbuono, ed è datato 1547.

Per portare all’antico splendore il La Valle di Chiusa Sclafani sono stati necessari più di due anni di lavoro (dalla metà del 2013 al settembre del 2015). Fra qualche giorno, il 20 agosto, nell’oratorio serpottiano di San Sebastiano si terrà l’inaugurazione dello storico organo, alla presenza di monsignor Giuseppe Liberto, direttore emerito della Cappella musicale pontificia Sistina in Roma. Un evento nell’evento. Il prelato di Chiusa Sclafani spiegherà la storia e il funzionamento dell’organo a canne restaurato; il maestro Franco Vito Gaiezza, docente all’Istituto superiore di studi musicali “Arturo Toscanini” di Ribera, eseguirà una serie di brani composti in un arco di tempo che va dal 1300 al 1800. Un vero e proprio viaggio temporale attraverso la letteratura organistica. «Una musica - dice - poco conosciuta al grande pubblico. Quest’occasione ci dà anche la possibilità di divulgare la tradizione organaria siciliana. Una storia secolare che ha esponenti eccellenti come i La Valle. Raffaele, ad esempio, fu invitato da Papa Paolo V a costruire un organo in Vaticano: impresa che però non portò a termine perché si ammalò. La Sicilia, tra gli altri, annovera un genio come Francesco La Grassa. Organario di Alcamo capace di costruire nel primo ‘800 strumenti giganteschi, avveniristici per l’epoca. L’unico rimasto in buone condizioni si trova nella chiesa di San Pietro a Trapani. Un organo monumentale con sette tastiere, canne con un design diverso da quello della tradizione italiana, tasti in avorio intarsiati. L’organaria - ricorda il maestro Gaiezza - è una summa di tutte le arti: dalla meccanica alla matematica, passando per la chimica e la fisica. Oggi c’è anche la componentistica elettrica».

Gaiezza, figlio d’arte (suo padre Ettore fu un rinomato pianista ed insegnante di canto tra gli altri di Giuni Russo), accanto all’attività musicale ha affiancato quella di studioso del patrimonio organario siciliano. È infatti uno dei più profondi conoscitori di questi strumenti musicali e degli artisti che li hanno realizzati. «Tra gli organi sparsi nella nostra Isola - riferisce Gaiezza - un posto di rilievo è occupato dagli strumenti presenti nel Ragusano, costruiti nell’800 dai maestri Polizzi e Giudici. Anche in questo caso si tratta di organi di grandi dimensioni, con una meccanica particolare. All’interno degli organi questi artisti hanno inserito tamburi, campanelli, piatti in modo tale da “arricchire” la musica. Va detto, a tal proposito, che in tutto l’800 l’organo assumeva le funzioni di un’intera orchestra».

Nell’immenso patrimonio siciliano ci sono anche organi abbandonati, esposti all’incuria: «Uno di questi, un Raffaele La Valle del 1615, si trova nella chiesa della Gancia a Palermo. Andrebbe restaurato - conclude il maestro Gaiezza - ma non ci sono fondi. Auspico che al più presto la legge regionale venga rifinanziata: bisogna sottrarre questi autentici gioielli al degrado».

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