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Peppe Sapienza, il catanese «siracusanizzato» del Milan

L'addetto alle comunicazioni del club rossonero: «Serve più dialogo tra i club»

Peppe Sapienza, il catanese «siracusanizzato» del Milan

Siracusa. Per uno che ha il dna catanese ma si sente siracusano d’adozione, l’1-1 del De Simone tra Siracusa e Catania non poteva non essere il risultato sperato. Ma la brutta faccia del derby di Coppa Italia di Lega Pro, gli incidenti fuori e dentro al campo, hanno quasi fatto passare in secondo piano il pomeriggio di ritrovata spensieratezza di Peppe Sapienza. Il responsabile della comunicazione del Milan, nonostante sia diventato meneghino per professione da 21 anni a questa parte (prima all’Inter poi passato in rossonero dopo 7 stagioni), non dimentica le origini. Che non sono rappresentate solo da una granita a San Giovanni Li Cuti piuttosto che le rimpatriate con gli amici del Liceo Scientifico Einaudi di Siracusa, o le gite fuori a Marzamemi o Fontane Bianche.

Le origini di Peppe Sapienza hanno sempre un unico comune denominatore: un campo di calcio. «Frequentavo il Cibali da bambino ma anche il De Simone nella mia adolescenza, ho giocato con la Berretti del Siracusa e ho vissuto i miei personalissimi derby». Ma quello andato in scena sabato al De Simone non ha avuto, risultato a parte, l’epilogo sperato: «Ma non vorrei nemmeno dare troppa importanza a quanto sia successo. Gli incidenti sono stati una brutta pagina di questo derby - racconta - e sono l’emblema di come probabilmente queste due mie splendide città, seppur molto più vicine rispetto a qualche anno fa e non solo in fatto di comunicazione e dialogo, siano ancora distanti da un calcio che unisce i popoli. Vivo il derby a Milano da anni: è vero, essendo una stracittadina probabilmente questo tipo di dialogo tra opposte fazioni è più semplice perché spesso un milanista e un interista che arrivano assieme allo stadio e siedono uno accanto all’altro sono colleghi in ufficio. Ma il concetto rimane lo stesso: Siracusa e Catania potrebbero e dovrebbero dialogare molto di più e non solo per questioni commerciali e di territorio, ma proprio attraverso il calcio. Perché questo sport è un contenitore che unisce e non divide, è il miglior modo di comunicare rispetto a tanti mezzi social ma ancora oggi non se ne comprende il potenziale».

Siracusa e Catania avevano una chance per voltare pagina, una prova di maturità che avrebbero potuto superare se avessero fatto prevalere l’amore per la propria squadra anziché l’odio per l’altra. Perché come dice il responsabile della comunicazione del Milan, colui che ama definirsi «catanese siracusanizzato» affascinato dall’estro di Maradona ma anche da un certo Renzo Martin che mise il sigillo sulla promozione del Siracusa in C1 nella stagione 89-90 con Paolo Lombardo in panchina, «non si può darla vinta ad una sparuta minoranza di delinquenti che vogliono macchiare questo sport».

Il calcio è anche sfottò ma «alla base purtroppo c’è mancanza di educazione alla cultura sportiva perché da noi si pensa più ad insultare l’avversario o una tifoseria terza piuttosto che sostenere la propria. E’ triste osservare che anche i più piccoli sono influenzati. E’ difficile da accettare che allo stadio, seppur tanti sforzi in fatto di accoglienza e organizzazione, e di questo va dato sicuramente atto al Siracusa calcio, non si faccia entrare un bambino con la bottiglietta d’acqua e il tappo, ma poi in altri settori si trovino pietre, fumogeni e altri oggetti. Siracusa e Catania possono cambiare perché amano i colori delle proprie squadre, occorrerà solo che facciano prevalere questo amore all’odio verso il prossimo».

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