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Don Marco Aleo: il radicale catanese
ora prete di periferia a Santiago del Cile

La storia: dal 2006 è parroco a Puente Alto, tra terremoti, poveri e giovani. «È il posto più bello del mondo»

Don Marco Aleo: il radicale catanese ora prete di periferia a Santiago del Cile

Marco Aleo, studi liceali allo "Spedalieri" di Catania e una laurea in Filosofia, agli inizi degli anni Novanta era un convinto militante radicale. Poi l'incontro con la fede e la decisione, a lungo meditata, di vivere anche quella in maniera "radicale". Da qui la scelta di entrare nel seminario della Fraternità sacerdotale dei missionari di San Carlo e di divenire sacerdote. Poi, tre anni trascorsi in Spagna e dal 2006 la nuova destinazione: Puente Alto, Cile, dove è parroco di periferia.

Nel territorio della sua parrocchia sono di casa povertà, violenza, insicurezza sociale. Eppure don Marco, che ci racconta la sua storia durante una pausa degli incontri del Meeting, considera Puento Alto "il posto più bello del mondo". E spiega: «Per me è così, quella è ormai casa mia, è il luogo che Dio mi ha affidato e in cui mi si è affidato».

La bellezza del luogo non viene solo dalla natura, ma soprattutto , spiega don Marco, «dai miracoli di fioritura umana che lì ho visto accadere». Come quelli accaduti durante la “Colonia urbana” organizzata dalla parrocchia per i giovani di Puente Alto. Eccone alcuni, così come li racconta il sacerdote siciliano. Pato, 21 anni, oggi studente universitario, è cresciuto solo con la mamma, perché il papà quando seppe della gravidanza della moglie pensò bene di scomparire. «Pato – ci dice don Marco - ha incontrato suo padre per la prima volta alcune settimane fa. Covava dentro risentimento e odio, ma quando l'ha visto è prevalsa la gratitudine. 'Ho capito , sono state le sue parole, che nonostante mi avesse abbandonato era un bene per me' ».

«Ripenso spesso – continua don Marco – alla testimonianza di Pato, perché quando uno guarda la propria storia è spesso difficile non rimanere imbrigliati dai fattori antecedenti, dai rancori passati, dagli avvenimenti che ci hanno segnati».

In Cile, come in Italia, è fortissima la pressione sociale e culturale sui giovani in ordine alla loro "riuscita": è come se la società misurasse il valore della persona dal posto sociale che essa riesce a occupare. «Durante una gita con gli studenti – continua don Marco – sono rimasto meravigliato dal dialogo fra due quindicenni, Benjamin e Joaquin. L'uno dice all'amico: Hai visto quanto è bella oggi la Cordigliera delle Ande? E l'altro risponde: Sì, ma quanto più bello sono io! E quanto ancora più bello sarà chi ha fatto la Cordigliera e me». «Sono episodi di vita come questi che mi fanno capire – sostiene il parroco di origine catanese - come l'accesso alla comprensione della realtà avvenga sempre attraverso momenti di bellezza».

In Cile, racconta ancora don Marco, i ragazzi sono disposti a fare qualsiasi cosa pur di uscire dall'anonimato e conquistarsi un minimo di riuscita. Cote, oggi 24 anni, aveva tutte le carte in regola per giocare alla grande le sue chances. Al diploma di scuola superiore aveva ottenuto il punteggio nazionale massimo. Poteva perciò accedere tranquillamente a Medicina (anche in Cile a numero chiuso), come volevano i suoi genitori. «Mi ha sorpreso la sua risolutezza nella scelta degli studi universitari – racconta don Marco - : Il mio valore, diceva Cote agli amici, non è in quello che faccio, per questo scelgo un'altra cosa». Oggi Cote fa l'infermiera e si presta a seguire malati terminali, spesso senza parenti, a cui nessuno vorrebbe più badare. «Nessuno probabilmente – dice don Marco – la ringrazierà mai per quello che fa, ma lei è contenta così. In questi ragazzi ho visto accadere proprio il miracolo del passaggio dalla necessità di una prestazione, per raggiungere un valore sociale, alla libertà della donazione di sé: il nostro valore è prima delle cose che facciamo e genera relazione e ci fa donare agli altri».

Il Papa parla spesso di una chiesa che si radichi nelle periferie e che diventi "ospedale da campo". Chiedo a don Marco cosa abbia rappresentato per lui questo appello di Francesco. «La mia parrocchia ha una larga fascia di territorio umanamente e socialmente disastrato. Le persone che incontro sono l'espressione di una umanità ferita. Eppure la prima periferia sono io stesso, io che sono stato incontrato dal Signore attraverso il volto convincente di alcuni suoi testimoni. Solo con questa consapevolezza posso entrare in tutte le periferie senza paura. Altrimenti, l'altro sarebbe sempre un nemico».

C'è un libro di un altro sacerdote di Catania, anch'egli in Cile – don Antonio Giacona – che reca un titolo singolare: "La missione dietro l'angolo".

Il libro, scritto alla fine degli anni Sessanta, raccontava l'esperienza di un centinaio di studenti liceali e universitari etnei che aiutavano nello studio i bambini del quartiere popolare di San Cristoforo. San Cristoforo è dietro l'angolo della Catania bene. Come si spiega, chiedo, che l'autore di quel libro e lei stesso siete finiti in America Latina? «Ognuno di noi – risponde don Marco – ha un pezzo di mondo da coltivare e da custodire. A ognuno viene affidata una casa. Questo non lo decido io. Per quanto mi riguarda, io ho solo assecondato e seguito i segni che la realtà discretamente poneva sul mio cammino». E com'è, insisto, che da militante radicale a Catania si ritrova ora parroco di periferia a Santiago del Cile? «Radicale – risponde don Marco – viene da radice. Io ho sempre desiderato andare alla radice delle cose. Oggi sono ancora più radicale di venti anni fa, soprattutto nell'assecondare il mio desiderio di giustizia e di felicità».

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