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La ricercatrice catanese sulle orme di Ettore Maiorana

«Un milione e mezzo dall'Europa per verificare l'ipotesi del fisico siciliano»

La ricercatrice catanese sulle orme di Ettore Maiorana

In Italia sono stati solo quattro i premi assegnati dall’Erc (European Research Council) nel campo delle scienze e dell’ingegneria, gli altri al Nord e qualcuno impiegherà i fondi ricevuti all’estero (Germania, Inghilterra e Francia, che già fanno la parte del leone per quanto riguarda il numero di progetti premiati) dove è più facile fare ricerca.

 

La scelta della dottoressa Cavallaro, però, non si spiega solo con l’amore per la sua terra, c’è anche una ragione.. ragionevole: «E’ solo qui, intendo nei Laboratori nazionali del Sud, che posso portare avanti il mio progetto di fisica di base che punta a comprendere la natura del neutrino, una particella sfuggente e difficile da rivelare, che noi fisici cerchiamo dappertutto, anche nelle cavità sotterranee e negli abissi, come il Km3NeT al largo di Portopalo».

 

In via Santa Sofia, in altre parole, verranno prodotte reazioni nucleari controllate impiegando il ciclotrone superconduttore come acceleratore dei nuclei e lo spettrometro magnetico Magnex come rivelatore. «La strumentazione dell’Infn-Lns - chiarisce la ricercatrice - è unica al mondo, questi esperimenti, oggi, si possono fare solo qui: non è un caso se il nostro centro attira scienziati da tutto il mondo».

 

In un laboratorio siciliano si cercherà di verificare se l’ipotesi sulla natura dei neutrini del siciliano Majorana è quella giusta o meno. «Per Majorana - dice la dott.ssa Cavallaro - il neutrino è anche l’antineutrino e questa ipotesi è difficile da verificare appunto perché parliamo di una particella sfuggente. Perché è così importante capire la natura di questo mattoncino della vita? Deve esserlo, altrimenti l’Unione Europea non ci crederebbe e non avrebbe finanziato il mio progetto.

 

«In Italia - spiega - c’è una sottovalutazione della scienza che fa soffrire noi ricercatori. In altri Paesi non è così. Ci chiedono a che serve quello che facciamo. Eppure, per dirne qualcuna, senza le ricerche di fisica di base non avremmo tanti strumenti che aiutano ricerca, diagnostica e terapia in medicina; internet non sarebbe mai nato».

 

Uno scoglio, la percezione della scienza in Italia, che crea i presupposti di quella precarietà che è diffusa in tutti i settori, ma che nei vari campi della ricerca è alla base del trasferimento all’estero dei “cervelli”, non compensata, come avviene nel resto dei Paesi Ocse, dall’arrivo di altri. «Comunicare la scienza - aggiunge a questo proposito la ricercatrice - è importantissimo, ma noi scienziati non ci siamo abituati e comunque non ci viene spontaneo... perché siamo troppo occupati a comprendere, perché, comunque, non è facile farlo. E’ facile, però, comunicare la passione che anima ogni ricercatore; ecco... si potrebbe partire da quello, dalla gioia che dà comprendere la profonda natura di ciò che facciamo e di cosa siamo fatti».

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