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Da Catania a Teheran passando per l'India: in viaggio con Stefania Caniglia sfidando i pregiudizi

Cittadina del mondo: dalla Sicilia a Trieste e poi per 3 anni a Chennai e infine ora a Mehrshahr

Da Catania a Teheran passando per l'India: in viaggio con Stefania Caniglia sfidando i pregiudizi

Ma per fortuna c’è ancora chi non si fa intimidire dalle apparenze e decide di sperimentare in prima persona altre culture, restituendoci un quadro ricco di particolari nel suo dipingersi quotidianamente e non una visione d’insieme a cui siamo abituati per sintesi. Così è stato per Stefania Caniglia, oggi poco più che trentenne, che già all’epoca della scelta universitaria ha preferito solcare la penisola e cambiare il profondo Sud rassicurante della sua Catania con un ventoso Nord, pieno di incognite. E sostituendo il freddo umido e breve degli inverni siciliani con la bora triestina ha iniziato il suo viaggio.

 

Un’altra cosa ancora più rara da trovare sono i compagni di viaggio, ma per Stefania non è stato così, e rincuorata dalla presenza del suo fidanzato, che per esigenze lavorative doveva lasciare l’Italia, ha fatto un passo oltre, trasferendosi prima per tre anni in India, dove ha concluso anche il suo percorso di studi, e di recente in Iran, dopo essersi sposata con il suo Andrea.

 

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Cosa ti ha sorpreso e cosa ti ha colpito di queste partenze?

«Fin dalla prima partenza, da Catania a 26 anni, pensavo di lasciare cose che non avrei più trovato, ad esempio il mio sport preferito, che è la pallavolo; invece dopo tre giorni ho trovato contatti per giocare. Trieste è una città in cui ti senti già in parte all’estero, il posto in cui vivrei se tornassi in Italia. Il mio ragazzo ha ricevuto la proposta di partire per la Thailandia, poi la meta è diventata l’India, e avevo davvero un po’ di dubbi, invece sono stati tre anni fantastici. Le ultime due materie rimaste in Biologia le ho studiate in India e mi sono laureata in tempi record. A Trieste peraltro lavoravo in una catena di negozi sportivi, che mi dava uno stipendio di tutto rispetto, ma non era il lavoro della mia vita. Così ho preso la palla al balzo e sono partita per Chennai. Sono quasi 5 anni che non ho un lavoro stabile, però ho potuto acquisire una serie di esperienze uniche. Impari a conoscere la gente, ad adattarti ai loro tempi, ad assaggiare cibi e spezie che nel tuo Paese d’origine mangi in forma più occidentalizzata, ad andare in certi luoghi in compagnia di chi li conosce bene, a capire quali sono i tuoi limiti e scoprirti più adattabile di quanto non pensassi, senza perdere mai il tuo modo di essere, il tuo fare a volte dirompente e troppo “italiano” per alcuni, ma comunque apprezzato. Mettersi nei panni dello straniero ci aiuta a capire molte cose. Io prendo tutto con ironia, non mi interessa molto la vita da espatriato, che è più lussuosa, visti gli stipendi, volevo conoscere l’India reale».

 

Ti sono capitate esperienze negative?

«Per me era principalmente la perdita di tempo in auto. Abitavo in un posto che era distante 15 minuti dal centro la notte e un’ ora e mezza di giorno, quindi dovevo ottimizzare il tempo con le letture, il cellulare. Poi ci sono le amicizie con altri italiani, che diventano un punto di riferimento importante, ti leghi tantissimo, e questo comporta anche dolorosi distacchi in seguito. Non sono riuscita a legarmi in senso profondo con i locali, perché spesso erano legami fondati sull’opportunismo. La mia positività mi porta a trovare persone che mi danno qualcosa, come la mia vicina di casa, all’estero da 7 anni, che seguivo come una guru. Quando se n’è andata ho saputo reagire, diventando un riferimento per altri, ero una sorta di Pro loco Chennai! Ho imparato che per viaggiare in certi posti, devi fare capire che non ti fai fregare, non sei sprovveduta».

 

E il rapporto con i luoghi, le tradizioni e il cibo come è stato?

«Anche quello diventa un compromesso. Bello mangiare l’indiano in Italia, con determinate spezie e una volta ogni tanto, ma trovare dei ristoranti, in cui mangiare qualcosa che non sia troppo speziato e non ti faccia sudare per il troppo piccante, è stata una scommessa. A casa cucinavo tutto, il pollo, il pesce, il manzo che gli induisti non mangiano. I ristoranti italiani sono una garanzia, Chennai conta 18 milioni di abitanti, Bombay 26 milioni. Io l’ho girata tutta l’India, senza troppi problemi. Ho girato con una mia amica che parla l’Hindi e ho visitato anche gli Slum (le baraccopoli). Ho visto luoghi per cui pensavo di non essere preparata, perché ci sono contraddizioni forti, ma alla fine di un posto bisogna conoscere tutto».

 

E in Iran, dove vivi da un mese, come ti trovi?

«Mi salva sempre lo sport, filo conduttore di nuove amicizie. Scambi il numero, cerchi la squadra e crei contatti. In India non ho giocato a pallavolo, perché le squadre erano solo nei campus, ma ho scoperto il tennis, nuovo amore. Come primo mese mi trovo già bene perché ho l’esperienza dell’India, ho consegnato il curriculum e forse farò anche stage in laboratorio, oltre all’insegnante di Italiano. Abito a circa un’ora da Teheran verso Nord, a Mehrshahr, per tre anni ho avuto l’estate, ora dovrò abituarmi a non avere il mare».

 

I rapporti con un ambiente a prevalenza islamica come sono?

«Trovo che si fondi tutto su un paradosso, l’ipocrisia interna e l’ignoranza dell’esterno, la seconda porta tutti a preoccuparsi. Indosso l’hijab con disinvoltura, come le ragazze locali, che a differenza mia si truccano tantissimo, anche per andare in palestra. Dentro le palestre, quando possono spogliarsi, ho visto che indossano dei completi (anche intimi) bellissimi e coloratissimi. Poi ci sono anche quelle che vanno coperte e vestite di nero, ma è uno dei tanti modi. Io mi sento scoperta anche quando sono coperta, nonostante questa sia la versione più coperta di me in 33 anni! A Teheran in ogni caso non ti guarda nessuno, a Mehrshahr è come se tu fossi a Beverly Hills, con accanto il deserto e caldo secco, in India soffrivo per l’umidità. Ho anche avuto l’invito ad un matrimonio, dove lo sposo ha pagato la sicurezza per poi stare tutti insieme a ballare uomini e donne in sala - ecco l’ipocrisia di cui parlavo -, invece si dovrebbe stare in due sale separate. Altre particolarità? Il buffet serale comincia dopo la cerimonia e la festa da ballo e dura poco, mentre dal punto di vista della Moda siamo immersi in pieno stile anni Ottanta. Sto assaggiando di tutto e ho cominciato l’esplorazione, di cui faccio dei reportage sempre un po’ ironici sulla mia pagina Facebook, perché viaggiare è una fortuna e tutti dovrebbero smetterla di pensare di sapere com’è un posto senza esserci mai stati; il vero rischio è solo quello di scoprirsi molto simili».

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