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Insegnare Sciascia in Polonia

Da Siracusa all'Università di Stettino sperando nell'abilitazione scientifica in Italia. Il sogno del ricercatore Andrea Schembari

Insegnare Sciascia in Polonia

Il primo impatto con la città non è stato proprio idilliaco: “Appena arrivato in stazione sono stato fermato dalla Polizia, che mi ha subito chiesto i documenti. Sono stato catapultato in una realtà diversa da subito, ero nell’alloggio del campus universitario la domenica e il lunedì mi trovavo già a lezione”. All’inizio le sue lezioni erano prevalentemente di Lingua Italiana, poi ha insegnato Storia e quest’anno tiene un corso sugli autori della Letteratura del secondo Novecento, tra cui l’amatissimo Sciascia e Pasolini: “I primi anni ho accettato un lettorato, per cui insegnavo la lingua italiana a ragazzi che non la conoscevano, utilizzavo disegni e la lingua inglese, ma non è stato così traumatico. Man mano ho iniziato a interessarli con le analogie tra le culture e la storia”.

A Stettino l’Università e in particolare il Dipartimento di Italianistica conta un’ottantina di iscritti, in media una quarantina l’anno, che sono tantissimi per un settore così specialistico, ma la città è affascinante e viva per molti aspetti: “Stettino ha una storia lunga e importante ma un’identità nuova che sta costruendo da settant’anni. Era tedesca e fu annessa alla Polonia dopo la guerra: una città devastata e da ripopolare. Il contrasto architettonico è evidente ma non disarmonico: la città vecchia non esiste quasi più, ma i bei palazzi ottocenteschi, disposti su larghi viali e attorno a rotonde dall’aria vagamente parigina, sono rimasti in piedi anche se in alcuni punti mostrano ancora le ferite del conflitto. Il tutto si mescola ai tipici palazzi del periodo comunista detti bloki, e ai nuovi palazzi in costruzione. Ma è una città verde e ricca d’acqua, a poche decine di chilometri dal mar Baltico con le sue larghe spiagge. L’università è giovane, ha poco più di trent’anni, ma è aperta all’internazionalizzazione e accoglie molti docenti di altri paesi”.

Da dove nasce l’interesse della Polonia per l’Italia, la sua lingua e la sua cultura?

«Esiste un legame saldo e antico, fra i due paesi, testimoniato da innumerevoli intersezioni storiche, artistiche e culturali. Nel 1518 un gran numero di architetti e letterati del nostro Rinascimento si trasferisce in Polonia al seguito di Bona Sforza, figlia di Giangaleazzo, duca di Milano, che andava in sposa a re Sigismondo I. Le nozze furono un evento europeo, i festeggiamenti durarono otto giorni e se ne trova traccia anche nella nostra letteratura, in una novella del Bandello. Da quel momento gli scambi si moltiplicarono, e continuarono a coinvolgere studenti. Il centro storico di Varsavia, raso al suolo nel 1944, fu rialzato com’era e dov’era anche grazie alle “vedute” di Bernardo Bellotto, nipote e allievo del Canaletto, che finì i suoi giorni alla corte di re Stanislao Augusto Poniatowski. Bellotto arrivò a Varsavia da Dresda nel 1767, e nello stesso anno l’architetto polacco Stefano Ittar stava ultimando l’incantevole facciata della Basilica Collegiata di Catania. Ma sono tantissimi i momenti in cui Italia e Polonia hanno intrecciato i loro destini».

I giovani polacchi cosa apprezzano dell’Italia?

«Di sicuro la moda, la cultura e il Made in Italy, ma non sono sprovveduti, sanno bene che non viviamo un periodo felice e l’emigrazione da tempo si è spostata verso il Regno Unito. Conoscono vizi e virtù del modello di vita e bellezza italiano, di cui sono avidi, e lo toccano con mano quando vanno a fare l’Erasmus, ma sanno anche che non esiste una sola Italia e un solo modo di vivere, e quando scelgono questi studi è perché hanno anche la possibilità di sbocchi occupazionali nella loro terra, insegnando nelle scuole o restando qui in università o magari lavorando per le aziende italiane che hanno in Polonia il servizio clienti».

Cosa ti ha conquistato della Polonia e della sua cultura?

«Le persone innanzitutto. Sono come gli italiani, ma più timidi, e i paesaggi maestosi. E poi le differenze tra le stagioni, che qui sono palpabili. Ho scoperto diversi scrittori, e uno in particolare è legato ad un aneddoto della mia vita siracusana. Al quarto piano del palazzo di casa mia abitava il professore Nino Franzò, stesso cognome del professore sciasciano di Una storia semplice per cui amava pensare che Sciascia avesse scelto quel cognome dopo aver conosciuto lui; appassionato melomane, ha provato per anni, senza troppo successo, a trasmettermi l’amore per la musica classica. Un giorno, passato il mio primo anno in Polonia, mi chiese di scendere a casa sua per ascoltare un compositore polacco, Karol Szymanowski, autore di una serie di Miti per violino e pianoforte, il primo intitolato Zródo Aretuzy, ovvero La fonte Aretusa. Questo titolo ossessionava il professore che si chiedeva il perché di quel nome al posto del più comune e noto mito di Aretusa. Per lui era una prova che Szymanowski fosse stato in visita nella nostra città, ma non era mai riuscito a trovare notizia di questo passaggio. Mi misi in testa di aiutarlo e una volta tornato in Polonia, scoprii che il compositore era stato davvero in Sicilia e a Siracusa, e che questo amore era stato trasmesso al lontano cugino scrittore Jaroslaw Iwaszkiewicz, che volle al più presto visitare quei luoghi. Iwaszkiewicz è stato a più riprese in Sicilia, ha raccolto le sue impressioni di viaggio in un libro e a Siracusa, in una stanza dell’Hotel des Etrangers, affacciata su quella stessa Fonte Aretusa che il cugino aveva tradotto in musica, finì di scrivere uno dei suoi racconti più famosi, Le signorine di Wilko (da cui è stato tratto anche un film di Andrzej Waida, il grande regista da poco scomparso). Ho il rammarico di non aver fatto in tempo a dire al professore Franzò che aveva visto giusto, ma questa piccola quête mi regalò un momento di serenità dopo un anno – il primo in Polonia – molto duro, in cui non ero affatto sicuro di restare».

Cosa pensi della tua nuova dimensione lavorativa?

«Non credo ai cervelli in fuga e il partire lo vivo come un naturale allargamento del proprio spazio di azione e dei propri orizzonti. Per questo sono stato sicuro dall’inizio della mia scelta. Qui non mi manca niente, se non ovviamente la famiglia e gli amici, ma ho la fortuna di potermi muovere, di viaggiare e di tornare a casa quando voglio, grazie alla flessibilità dei miei orari, grazie al mio lavoro. Il sogno resta lo stesso, l’abilitazione scientifica nazionale. L’Europa è solo un’opportunità e uno spazio che ho iniziato ad esplorare, non bisogna certo vivere le opportunità come condanna».

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