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Il filo di Arianna lega la Sicilia al Marocco che non ti aspetti

La storia di una palermitana che da tempo ha scelto di vivere altrove. Lì ha ristrutturato un riad

Il filo di Arianna lega la Sicilia al Marocco che non ti aspetti

Arianna Miceli

Dalla Sicilia al Marocco, biglietto di sola andata. È la storia della palermitana Arianna Miceli, 52enne single che, affascinata dal Paese oltremare, con una decisione ben ponderata (presa dopo anni di frequentazione dei luoghi) e non spinta dal bisogno (lavorava nell’azienda agricola di famiglia), nel 2004 ha deciso di trasferirsi a Marrakech ristrutturando lì un riad. La sua vita oggi si svolge là - ha tra l’altro adottato una ragazza marocchina, Bouchra (conosciuta sedicenne) e oggi grazie a lei è nonna di Yousef, 8 anni - e, quando talvolta immagina di realizzare qualcosa anche in Sicilia, rinuncia perché qui tutto è più difficile. E non si tratta solo di burocrazia: «In Sicilia, ad esempio, abbiamo problemi con la spazzatura; in Marocco se lo spazzino non trova l’immondizia fuori, bussa per dirmi: “Signora, ha dimenticato il sacchetto”».


E dai suoi racconti scopri un Marocco che non ti aspetti, partendo dalle “certezze” consolidate italiane che rendono tutti uguali i migranti che bussano alle porte all’Europa: «La segretaria in uno studio legale a Marrakech voleva raggiungere la sorella che vive in Italia. Una volta al consolato a Casablanca c’erano file pazzesche per chiedere il visto. Ora non c’è più nessuno, i marocchini non vogliono più venire in Italia. Questa ragazza un giorno mi saluta: “Ho il visto, finalmente vado in Italia”. Ma dopo una ventina di giorni me la ritrovo davanti. Le chiedo: “Che ci fai qua? ”. Mi risponde: “Mamma mia, Arianna, quanta povertà in Italia. No, io là non ci sto”. In effetti, questa ragazza in Marocco lavora, ha la casa di proprietà e conduce una vita discreta. In Italia doveva abitare con la sorella e andare a lavorare forse per 200-300 euro al mese. Questa è la visione che hanno dell’Italia i marocchini».


E, anzi, ultimamente le rotte dell’emigrazione si sono invertite: «Sa quanta gente - rileva - viene in Marocco a cercare lavoro? Tantissimi - in particolare spagnoli, ma anche italiani che, perso il lavoro, non riescono a ricollocarsi - tanto che si comincia a parlare di mettere un tetto all’immigrazione europea. Anche se c’è molta disoccupazione locale, il Marocco è un Paese ricco: ha giacimenti fossili importanti, ci sono grossi investimenti esteri (soprattutto francesi e arabi), costruiscono autostrade in un attimo. Questo Paese è molto diverso da quello che immaginavo dai lavavetri ai semafori».
Il Marocco che non ti aspetti, dunque. «Per i primi 5 anni che ho abitato lì - racconta Arianna Miceli - mio papà, che non è stato per nulla felice di questa mia scelta, non è venuto a trovarmi. Quando finalmente si è deciso a venire, alla fine mi ha detto: “Ora ho capito perché tu vuoi stare qua”. Anche il Marocco, per carità, non è un paradiso, ma la vita è migliore rispetto alla Sicilia. A Palermo è bello venire in vacanza. Io sono un’amante della Sicilia e la cosa che mi fa rabbia è che in Marocco non hanno altro che una bella natura: ma loro riescono a vendere la sabbia del deserto. Qui in Sicilia abbiamo la meraviglia, ma siamo incapaci di curare e vendere quello che abbiamo. Per questo mi arrabbio». Marrakech da sola non fa testo: «È una bella vetrina del Paese, ma non è certo il Marocco. È molto occidentale e attrattiva per il turismo internazionale. È chiaro, però, che se si esce da Marrakech e si va in qualche villaggio berbero, lì cominciamo a parlare di Marocco vero: gente che ha da poco l’acqua a casa, non tutti hanno la luce, uomini che lavorano saltuariamente e donne che non lavorano, insomma tutta la storia che ben conosciamo».


Un amore per questo Paese e per questo popolo cresciuto negli anni: «In Marocco sono andata molte volte in vacanza perché è un bel posto, molto divertente, hai quel gusto dell’Oriente riportato però al 2016. Nel 2004 ho poi affittato una casa per un paio di mesi. Da lì una cosa tira l’altra: ho conosciuto Bouchra, marocchina di 16 anni che, da quando ha 19 anni, è mia figlia (ha i genitori, ma dall’età di 8 anni è dovuta andare a lavorare, cavandosela da sola). Ed è stato un crescendo perché ho capito che non potevo stare lì vivendo di rendita. La ricerca del riad giusto da ristrutturare è durata a lungo e non è stato un acquisto di impulso, come fanno tanti italiani che, dopo la prima o la seconda volta che vanno in vacanza in un Paese straniero, vogliono comprare senza sapere dove vanno a parare. Il consiglio che mi sento di dare è di frequentare a lungo un Paese prima di decidere di trasferirsi, soprattutto quando si devono investire dei soldi». E se è vero che, da un punto di vista burocratico in Marocco gli iter sono meno complicati, non è stata certamente una passeggiata ricostruire il riad: «C’è stato ad esempio - racconta Arianna Miceli - un ufficio in sciopero per sei mesi. Però io, donna sola, sono andata in Marocco, ho comprato un terreno, ho avuto a che fare con lavoratori marocchini, seguivo il cantiere, sia pure con l’architetto: da donna sola ho fatto cose che si penserebbero impossibili. Certo, avevo l’esperienza di 4 anni, quindi avevo gli occhi ben aperti: persone che sono tornate a casa con le pive nel sacco ne ho viste tante, anche grandi imprenditori. La fregatura di tutti quelli che arrivano in Marocco è pensare che lì si possa fare qualsiasi cosa di nascosto. Il mio architetto, marocchino ma con un passato di studi e lavoro in Francia, aveva una mentalità non italiana, ma francese, quindi anche troppo pedante. Ma oggi lo ringrazio: il fatto di avere tutte le cose in regola, per me è stato un vantaggio».


L’amore, tuttavia, non è solo per il Paese, ma soprattutto per il popolo marocchino: «Non potrei vivere - spiega Arianna Miceli - in un Paese di cui non mi piacessero gli abitanti. La popolazione marocchina ci assomiglia moltissimo: sono persone molto aperte, gioiose, allegre. Anche bugiardissimi. Ma la brava gente in Marocco lo è a tal punto che noi neanche sappiamo cosa vuol dire questa parola. Hanno ancora, soprattutto quelli che non stanno nelle grandi città, un lato di purezza assoluta. In tutto il Marocco, ad esempio, io credo che non ci sia nessun povero che vada a letto a pancia vuota perché hanno una straordinaria solidarietà l’uno con l’altro. Nel villaggio di mia figlia Bouchra, se una persona sa che il vicino da due giorni non lavora, piglia un cesto con quello che ha, due uova, un pezzo di pane, entra in casa e glieli fa trovare in cucina, senza dire niente. Nella povertà c’è una solidarietà - secondo me in tutte le povertà, ma io so di questa che ho visto - che è meravigliosa. Sono state più le persone che il Paese a farmi innamorare».
E tra le persone, ovviamente, un posto speciale lo occupa Bouchra, di religione islamica e «incorruttibile. Se porto dei cioccolatini col liquore dentro, lei mi dice: “Io questi non me li bevo perché c’è il liquore dentro”. Ma non abbiamo mai avuto contrasti per la diversa religione: lei è figlia di un imam che però sostiene: “Ognuno ha il suo Dio, nessuno può uccidere in nome di Dio”. Bouchra, che è divorziata (da quando è stato introdotto il divorzio, c’è stato un boom di fine di matrimoni nel Paese) e mio nipote Yousef sono venuti questa estate a Palermo: avevamo comprato la carne di maiale per noi e quella di vitello per loro. Il bambino ha visto a tavola la sua carne diversa dalla mia e mi ha chiesto: “Nonna, cosa è questa? ” E gli ho risposto: “Amore mio, questo è maialino”. Lui mi ha guardato e ha detto: “Va bene, non è per me”. Poi c’era la salsiccia. E mi ha chiesto: “E questa cosa è? ” Gli ho risposto: “È sempre maialino”. Mi ha risposto: “Nonna, appena divento grande divento cattolico”. La madre fa come una pazza quando il bambino dice questo, ma sarà lui, quando sarà grande, a scegliere».
Un Paese in cui anche le donne sono emancipate: «A Marrakech nella medina le donne portano il velo, sia pure non quello integrale, ma fuori dalla medina le ragazze sono vestite all’occidentale, indossano la minigonna. Le donne sono andate molto avanti, anche se molto dipende anche dalle fasce sociali. Poi, per carità, accanto ai modernisti ci sono i tradizionalisti anche nelle fasce socio-economiche più alte: ad esempio, nella famiglia di una mia amica dove gli uomini sono tutti avvocati e giudici, quindi di cultura elevata, quando sono andata a pranzo da loro, il padre e i fratelli hanno mangiato in una stanza, mentre io, la mia amica, la madre e le sue sorelle eravamo in un’altra stanza. Questa cosa, d’altronde, non accade in tante altre famiglie marocchine».


Un clima assolutamente tranquillo anche con i cattolici, anche se «negli ultimi due anni i marocchini sono diventati un po’ più rigidi, arrabbiati. Nell’ultimo Ramadan, ad esempio, nella spiaggia di Agadir hanno vietato i bikini: follie che sono state contestate anche da altri marocchini». E la domanda sorge spontanea: irrigidimento dovuto all’influenza dell’Isis? «No, non credo proprio. Il re è molto bravo a livello politico-internazionale. Secondo me, vogliono dare una visione di Marocco islamico per evitare che i jihadisti avanzino rivendicazioni sul Paese. Non credo che l’Isis con i carri armati potrà mai entrare in Marocco. Certo i pazzi isolati, solitari possono esserci in Marocco, come in Francia e ovunque. La convivenza con gli occidentali in Marocco è comunque abbastanza buona». Tanto che ci sono anche molte donne straniere sole in Marocco: «Assolutamente, anzi io vivo in una metropoli, ma ci sono donne straniere sole che vivono in zone isolate. Ad esempio, una mia amica, oltre ad avere il riad a Marrakech, ha una fattoria in un posto isolatissimo».
La ricetta fondamentalmente è quindi il rispetto reciproco? «Io credo che una persona di rispetto è tale in tutti i posti dove va. Non sono una che cammina nuda o che beve la bottiglia di vino in mezzo alla strada: queste cose che agli islamici potrebbero dare fastidio non sono nel mio essere. Io sono una persona educata, loro sono molto gentili, quindi non abbiamo mai problemi».

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