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Il catanese Diego è il più giovane diplomatico italiano

Cimino inserito da Forbes tra gli under 30 di maggior successo. «La mia storia di ragazzo normale sia di sprone a tutti gli altri»

Il catanese Diego è il più giovane diplomatico italiano

Un sogno coltivato sin da bambino: «Una maestra delle elementari, a una riunione scuola-famiglia, disse a mia madre: “Suo figlio può fare l’ambasciatore”. Questa cosa mi rimase impressa e, subito dopo il classico momento del calciatore, decisi di volere fare il diplomatico. A me piaceva guardare il mondo, ho fatto il primo viaggio da solo in Irlanda alle elementari, lo studio dell’inglese sin da 5 anni di età mi ha aiutato a capire quanto sia importante andare oltre il proprio confine, vedere cosa c’è al di là, il diverso, il nuovo».

Laureato in Giurisprudenza a Catania, Diego Cimino definisce questo percorso «un’ottima palestra non facile per nessuno. Tra l’altro, quando scelsi Giurisprudenza, ero consapevole che potesse essere la strada un po’ più difficile e lunga per diventare diplomatico. Solitamente, il percorso tipico è quello della laurea in Scienze politiche, anche in vista del concorso: un laureato in Giurisprudenza conosce infatti bene il diritto, ma gli mancano le altre conoscenze fondamentali come la storia delle relazioni internazionali, l’economia. C’è da dire, però, che io ho cercato di specializzarmi il più possibile in diritto internazionale e diritti comparati. Contemporaneamente, questo percorso è stato un momento formativo molto importante, mi ha dato una solida formazione ed è stata un’esperienza di vita che mi ha insegnato ad affrontare le difficoltà, perché non sempre l’università riesce ad esaltarti subito. Ricordo il primo anno quando facevamo lezione al teatro: mi sentivo perso in una marea umana di diciottenni confusi».

Diego Cimino ha sempre accompagnato il percorso di studi all’attivismo civico: «Sono stato rappresentante degli studenti sia alle superiori, sia all’università. Inoltre, ho fondato e fatto parte, con un nutrito gruppo di giovani catanesi, di un movimento civico - Catania 2.0 - che aveva l’ambizione di fare crescere il ruolo dei giovani nella nostra città e nella nostra società. Fu un’esperienza molto interessante, ritenuta tra l’altro dal Forum mondiale per la democrazia del Consiglio d’Europa una delle 25 best practices in tutto il mondo sul tema della partecipazione dei giovani alla vita politica: io e altri rappresentanti andammo così a Strasburgo a presentare al Consiglio d’Europa la nostra storia. Un’altra realtà made in Catania della quale sono orgoglioso di avere fatto parte è l’Associazione diplomatici, grazie alla quale feci un’esperienza di simulazione all’Onu. Lì capii che veramente quella era la mia strada: ebbi per la prima volta l’opportunità di parlare dal podio delle Nazioni Unite nel maggio del 2012. Negli ultimi anni prima di lasciare Catania, infine, con i ragazzi di Catania 2.0 abbiamo fondato una Ong, registrata all’Agenzia delle Entrate e anche alla Commissione Ue, che si chiama Hub Officine Giovanili, il cui compito principale è potenziare il ruolo dei giovani nella società, facendoli esprimere attraverso i loro talenti, e con la quale abbiamo permesso a diverse dozzine di catanesi di partecipare ai progetti Erasmus Plus».

Un impegno civile di lunga data, quello di Diego che, dopo la laurea, si iscrisse immediatamente a un master in diplomazia a Milano all’Istituto degli studi di politica internazionale, in preparazione al concorso: «Fu una fase molto accelerata perché iniziai il master prima ancora di laurearmi (a settembre, il giorno dopo avere superato l’ultima materia, mi trasferii a Milano perché iniziava il master. Mi sono poi laureato a ottobre). Il master doveva durare fino a maggio 2016, ma il bando di concorso diplomatico al ministero uscì in anticipo e la prima prova iniziò a marzo. Nonostante i tempi ristretti e intensi, è comunque andato tutto nel migliore dei modi». Un concorso molto impegnativo: «Però questo secondo me non deve intimorire nessuno, perché se si ha veramente questa voglia, ce la si può fare». Il concorso per 35 segretari di legazione si svolge ogni anno perché la carriera diplomatica non è rientrata nel blocco del turn over della pubblica amministrazione.

L’inserimento nella lista Forbes under 30 è stato una sorpresa inaspettata per Diego Cimino: «Ho provato tanta gioia e anche incredulità perché sono un ragazzo assolutamente normale, che ha fatto i passaggi che fanno un po’ tutti: quindi, ritrovarsi su Forbes sicuramente fa molto effetto. Spero che questo sia per tanti giovani un messaggio di stimolo a credere che esiste la possibilità di realizzare i propri sogni e ottenere anche dei riconoscimenti importanti che sicuramente fanno piacere. Inoltre, la cosa bella della lista Forbes è che ci mette tutti in rete, in contatto. Io sono stato al lancio a Londra: c’erano tutti gli altri giovani che, ognuno nel proprio settore, stanno provando a dare un contributo per cambiare e innovare il sistema. E adesso ad aprile ci incontreremo in Israele: si tratta quindi di un grande incubatore di idee e talenti di ragazzi che potenzialmente potranno avere un ruolo importante nella società».

Se gli si chiede di cosa gli piacerebbe occuparsi, Diego, da buon diplomatico, risponde che «ciò che sto imparando è che questa carriera è prima di tutto un servizio: mi metto quindi a disposizione del ministero laddove ritengono che io possa essere più utile per l’Italia e gli italiani». Poi, però, ammette che «personalmente, sono nato coltivando il sogno delle Nazioni Unite, organismo molto stressato dagli avvenimenti, ma comunque simbolo di speranza, forum di dialogo costante che opera per la pace, lo sviluppo, i diritti umani. Mi ricordo una frase di un segretario generale dell’Onu che disse che le Nazioni Unite non furono create per portare l’uomo nel paradiso, ma per salvarlo dall’inferno. E questo è veramente un ruolo importante. Magari un giorno mi piacerebbe tornare alle Nazioni Unite a rappresentare il mio Paese, però ripeto: io sono ancora all’inizio, peraltro in un periodo di formazione».

Nonostante si senta cittadino italiano nel mondo, Diego Cimino mantiene legami molto forti con la Sicilia: «La porto sempre dentro. Io credo di non essere l’unico ad avere avuto un rapporto un po’ controverso con la mia città, perché riconosco alla mia terra una straordinarietà unica al mondo, ma questo genera anche una sensazione di rabbia perché si vedono le tante potenzialità non sfruttate, i limiti che ancora ci sono in Sicilia, soprattutto in questo critico momento socio-economico. Ed è veramente un peccato. Senz’altro, mi mancano i piccoli rituali della vita quotidiana, quelle cose che fino a quando sei lì ti sembrano ordinarie, ma quando vai fuori assumono un retrogusto di specialità belle da vivere». Ma al di là dei riti quotidiani (la passeggiata, il caffè), della Sicilia Diego Cimino porta dentro «valori interpretati in modo unico, come quelli per la famiglia e gli affetti. Quindi, l’umanità della nostra terra che, secondo me, è una caratteristica unica; e poi anche l’amore, incondizionato nel nostro caso, per le nostre origini, per l’amare da siciliani la nostra terra pur con tutti i suoi limiti e contraddizioni».

Cosa consigliare, da giovanissimo diplomatico, agli altri giovani? «Mi rendo conto che alcuni scindono due cose - sei un diplomatico e hai 25 anni - che in realtà non sono scisse. No, io sono un ragazzo di 25 anni che ha iniziato questa carriera, quindi il lato giovane di me è preponderante. Il mio consiglio è di non smettere di credere in sé stessi, anche quando magari il contesto in cui ci si trova può mancare di stimoli o può fare credere che è impossibile realizzare il proprio sogno. È assolutamente possibile, sicuramente difficile, ma non bisogna mollare. E io spero veramente che la mia storia possa servire ed essere una testimonianza di un sogno realizzato che possa ispirare gli altri a credere nel proprio progetto, qualunque esso sia, in qualunque settore. I ragazzi sentiranno persone che li vorranno buttare giù, o mettere in difficoltà, o dire che è impossibile, che senza le raccomandazioni non si fa nulla… Questi aspetti, che pure ci sono talvolta in qualche settore, non possono diventare un alibi per noi giovani, non possono farci rinunciare a realizzare il nostro sogno e a cambiare il sistema per il meglio».

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