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«Falso boom del bio in Sicilia, escamotage per avere fondi Ue»

«Il vero produttore biologico costretto a vendere all'estero, in Italia poca redditività»

«Falso boom del bio in Sicilia, escamotage per avere fondi Ue»

Siracusa -  “Boom del biologico in Italia. La Sicilia la terra con più estensione di colture bio, con 363.639 ettari”. Ettari coltivati tra difficoltà ed ingerenza del mercato italiano. Questi i numeri delle elaborazioni effettuate dal SINAB (Sistema d'Informazione Nazionale sull'Agricoltura Biologica) per il ministero delle politiche agricole, che registrano un incremento del 20% delle superficie coltivate biologicamente e degli operatori. Il “Boom” è sancito anche dal Ministro alle Politiche Agricole Maurizio Martina: «Il modello agricolo italiano si conferma tra i più sostenibili in Europa. Stiamo lavorando con una programmazione seria per il sostegno al biologico e i risultati ci dicono che la strada è giusta. La sostenibilità è sempre più una chiave centrale di competitività per il sistema agroalimentare italiano».

Poi, andando oltre alle semplici statistiche c’è chi il “bio” lo vive, lo cura, lo produce, lo commercializza, con mille difficoltà. Non sfonda sul mercato italiano, troppo preso dalla ricerca del “risparmio” e poco curante da cosa arriva sulle tavole, arance e limoni “Bio” si vendono all’estero: Francia e Belgio soprattutto. «Il discorso del biologico va avanti o cresce semplicemente perché il produttore è rimasto attratto dai contributi economici che si ricevono dalla Agea e dalla Comunità Europea. Una qualifica, un modo di produrre, che poi non viene riconosciuto in termini di prezzi dal mercato». Sebastiano Rotondo, 60 anni, ha un'azienda in provincia di Siracusa. Più di 30 ettari coltivati ad arance, limoni ed olivi. Rigorosamente Bio, con tutto ciò che ne comporta. Per lui una delle chiavi della crescita delle estensioni sta proprio nei contributi che arrivano da Bruxelles. «Parlare di boom - dice Rotondo - a me francamente mi sembra un pò eccessivo. Conosco tante aziende che volutamente non vogliono avere la certificazione biologica perché non voglio stare a certe misure. Fanno coltivazione convenzionale tanto poi in Italia, il commerciante paga il prezzo che vuole, bio o non bio».

Qual’è il problema di coltivare prodotti biologici? «Il problema di fondo è la scarsa redditività. A fronte - dice Rotondo - di costi molto elevati per rientrare nei dettami del bio, il prezzo rimane bassissimo e questo perché in Sicilia i produttori non hanno la cultura dell’associazione, dei gruppi di acquisto o di vendita, per cui la gran parte delle aziende agricole è in mano a commercianti medio-piccoli che fanno il buono ed il cattivo tempo e impongono i prezzi ai produttori. Tenga conto che un chilo di arance tarocco nel periodo di gennaio questi commercianti le comprano in campagna: 15 centesimi al chilo e arrivano sui banchi a 2 o 3 euro al chilo. Chi lo compra il prodotto bio a questa condizioni?». E quindi si cercano mercati esteri ? «Si, ma anche lì affrontiamo la concorrenza sleale dei paesi del Nord Africa, che invadono i mercati, anche nazionali sia chiaro. Sorgono grandi polemiche se usare un prodotto o no in agricoltura, ma poi importiamo prodotti dal Marocco o dall’Egitto, come olio, limoni e arance, che sono tutt’altro che prodotti biologici».

Chi nel mercato del “bio” c’è entrata un pò per caso ed un pò per caso è riuscita ha dare una svolta alla commercializzazione del suo prodotto è Paola Nastasi, 26 anni. Laurea in Comunicazione Internazionale sistemata per benino nel cassetto, cinica e pratica, da 4 anni dirige l’azienda che era del padre producendo arance e limoni biologici che, non vende sul mercato italiano, ma in Belgio ed in Francia. Per lei, e per molti altri produttori di colture bio, l’unica “salvezza” è la vendita sulla filiera corta.

«Oggi - dice Nastasi - l’unica maniera per far apprezzare la coltura bio è la filiera corta. Se sei sulla grande distribuzione ti mettono davanti a dei vincoli che snaturano la stessa cultura della produzione biologica». Qualche esempio? «La grande distruzione - dice Nastasi - pur trattando dei prodotti bio, vuole che si uniformino ad uno standard. Il limone ad esempio, ha la produzione da ottobre a marzo. Durante il primo periodo di raccolta il limone è verde. Se tu sei nella grande distribuzione ti obbligano a de-verdizzarlo. Ti fanno trattare il limone con l’etilene per far cambiare il colore alla buccia. Legale per carità, ma non naturale. Io non lo faccio perché lavoro con i consumatori piccoli, con la filiera corta. Attacco un bigliettino nelle casette per spiegare che a gennaio si troverà il limone verde. Seguiamo il percorso della natura e facciamo anche educazione».

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commenti 1
  • annabova64

    09 Agosto 2017 - 07:07

    Se i soldi dati ai produttori (che poi non restano nelle loro tasche perché non riescono a coprire tutte le spese che il bio impone), venissero utilizzate per una campagna pubblicitaria per convincere il consumatore finale ad acquistare prodotti non lucidato, con qualche vermetto, di dimensioni varie, di forma "come viene viene", credo che il biologico verrebbe in automatico: quale produttore andrebbe contro i suoi interessi economici se riesce a vendere ugualmente?

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