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Nei supermarket di Pachino si vende il pomodoro del Camerun

Il prodotto locale marcisce: il mercato è saturo ed il prezzo oscilla tra i 40 e i 50 centesimi al chilo

Nei supermarket di Pachino si vende il pomodoro del Camerun

Al bancone di un supermercato a Pachino è in vendita per 1 euro e 39 centesimi al kg il pomodoro datterino, categoria II, provenienza Camerun. E’ un paradosso, per la città conosciuta in tutto il mondo per le qualità organolettiche del suo pomodoro. Un’offesa nel momento in cui la vendita di quel prodotto estero avviene nello stesso periodo in cui il pomodoro di Pachino, resta a marcire nelle piante perché il mercato è saturo ed il prezzo è bassissimo: 40/50 centesimi al chilo dal produttore al magazzino.

Sebastiano Cinnirella ha fra le mani, sullo schermo del cellulare, l’effetto della globalizzazione. Non sa nemmeno quanto dista di preciso il Camerun dall’Italia. Tanta strada: 3750 km.

Chissà che giro avrà fatto quel pomodoro per arrivare su quel bancone, quando quello di Pachino, conosciuto in tutto il mondo, è fatto a poche decine di metri dal supermercato. «L’Italia è sottosopra» dice con rabbia. E piange. Come biasimarlo. Ogni anno per cominciare la campagna chiedo un prestito alla banca. Una cifra importante. La stagione sta per finire e il suo pomodoro è ancora dentro le serre. Mostra le fatture. Solo per concimare il suo raccolto servono quasi mille euro. C’è il costo della piantina, della plastica, della canaletta, dei gancetti, delle tasse, degli operai, della cassette, del trasporto. Il primo prodotto è riuscito a vederlo ad un prezzo dignitoso, quai 1 euro e 60 al kg.

Ora è crollato a 50 o 60 centesimi per il ciliegio e 30 centesimi per il pomodoro da insalata. «Per produrre un kg di pomodoro ciliegio - dice Sebastiano - occorre 1 euro di investimento. A questo prezzo è un raccolto a perdere. Meglio buttarlo. Se continua così non rientro dal prestito. La banca si porta tutto via».

Ferma il suo racconto. Sono lacrime di rabbia le sue. C’è il padre presente. Anche lui ha portato avanti l’azienda di famiglia per anni.

«Io - dice Sebastiano - so fare solo questo lavoro. Ma lo so fare bene. Se non cambiano le cose, cosa mi metto a fare? Dove vado? Come pago i debiti. Dov’è la politica? Da anni c’è un silenzio incredibile sulla vicenda. Fanno accordi senza interpellarci. Come si fa a far vendere in Italia un pomodoro che ha costi di produzione enormemente più bassi dei nostri? E’ una follia. E’ la fine dell’agricoltura siciliana».

Anche il sindaco di Pachino Roberto Bruno ha visto “quel” pomodoro al supermercato. «Provo rabbia, tantissima rabbia», dice Bruno. «Per le famiglie - continua il sindaco - per il prodotto perché mai e poi mai un prodotto africano può eguagliare un prodotto di Pachino. Per qualità per salubrità, per dimensione sociale che vi sta dietro la produzione. Perché qui ci sono famiglie che fanno gli sforzi di manette una dignità del lavoro rispettando le norme che fortunatamente ci sono nella nostra dimensione europea. Altrove non lo so. Temo che non ci siano, né dal punto di vista della salubrità dei prodotti, né il rispetto della dignità dei lavoratori».

Il primo cittadino chiede un intervento delle istituzioni. «Chiediamo - dice Bruno - controlli serrati per verificare se ci sono frodi. Vogliamo un confronto con la GDO. Dobbiamo dare una soluzione ai prodotti ortofrutticoli siciliani».

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commenti 1
  • Carmelo

    02 Febbraio 2018 - 14:02

    Non compriamoli. Facciamoli marcire sui banconi.

    Rispondi

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