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Scopre su Fb l'identità dei migranti morti nei naufragi

La tecnica dell'ispettore Angelo milazzo oggetto di studio all'università di new york

Scopre su Fb l'identità dei migranti morti nei naufragi

Un ispettore capo della Procura di Siracusa è assurto sugli altari della cronaca per avere applicato un sistema ingegnoso per scoprire l’identità dei migranti scomparsi durante i naufragi. Lui si chiama Angelo Milazzo, operatore di giustizia schivo, un autentico “servitore dello Stato”. Nelle ultime ore si è scritto e parlato di lui per l’intuizione che ha avuto e con la quale è riuscito a ridare un nome e un volto a 21 persone, morte nel Mediterraneo nel tentativo di trovare una nuova patria e rifarsi una vita. L’episodio risale al 24 agosto del 2014 quando in uno dei tanti naufragi, vengono recuperati 24 corpi, molti dei quali restano senza nome. Angelo Milazzo, il quale ha fatto parte del gruppo interforze per il contrasto all’immigrazione clandestina, (oggi in servizio all’ufficio dibattimento della Procura), segue la pista di facebook. Racconta al sito on line “redattoresociale” di avere «visto online diverse pagine di social network di famiglie di siriane che stavano cercando le persone disperse in mare. Spesso pubblicavano liste con i nomi e le foto. Così ho pensato che contattarli poteva essere un buon modo per riuscire a capire se conoscessero qualcuna delle vittime. Ho chiesto ai miei superiori se mi autorizzavano l’apertura di una pagina Facebook, dopo il sì ho iniziato a lavorare e a stabilire i primi contatti».

Milazzo ha lavorato sodo chiedendo dati e foto per fare il confronto: «alla fine ci siamo ritrovati con una marea di schede dettagliate sui dispersi – ha raccontato nel corso della conferenza di presentazione del progetto Mediterranean missing- E grazie all’aiuto di un interprete siamo riusciti a fare un primo screening. Nel tempo siamo riusciti a  ritrovare anche persone disperse da altri naufragi». Del naufragio del 24 agosto sono stati identificati 21 corpi su 24. Ne restano soltanto 3 senza nome: due siriani e una donna eritrea.

L’Università di York ha studiato il caso definendolo come best practice al pari delle altre azioni compiute negli ultimi anni per ridare identità ai morti del Mediterraneo.

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