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Economia circolare, grande opportunità ma ancora troppi ostacoli

Il tema al centro della prima giornata di Ecoforum

Economia circolare, grande opportunità ma ancora troppi ostacoli

Roma, 20 giu. - (AdnKronos) - Una transizione completa verso un'economia circolare in Europa potrebbe generare risparmi di circa 2mila miliardi di euro entro il 2030; un aumento del 7% del Pil dell'Ue, con un aumento dell'11% del potere d’acquisto delle famiglie e 3 milioni di nuovi posti di lavoro supplementari. Ma per accelerare questa transizione "ci sono ancora degli ostacoli non tecnologici da rimuovere, legislativi, burocratici, autorizzativi", sottolinea Stefano Ciafani, direttore nazionale di Legambiente, aprendo la prima giornata della IV edizione di Ecoforum organizzato a Roma da Legambiente, La Nuova Ecologia e Kyoto Club con la partecipazione di Conou (Consorzio nazionale per la gestione, raccolta e trattamento degli oli minerali usati).

Ostacoli e barriere "dovuti a legislazione inadeguata e contraddittoria che vanno rimossi - aggiunge Ciafani - Il bando dei sacchetti di plastica non compostabili, le norme sulle materie prime seconde, la semplificazione delle procedure autorizzative per promuovere l’utilizzo del materiale differenziato da avviare a riciclo continuano ad avere problemi. Senza un intervento mirato in tal senso, la chiusura o la delocalizzazione delle imprese più innovative e sostenibili rischia di diventare la strada più probabile".

E mentre "le istituzioni nazionali e regionali stanno svolgendo un ruolo di retroguardia, nonostante oggi il Paese abbia tutte le carte in regola per fare da capofila in Europa- sottolinea Ciafani - Il paradosso è che proprio chi ha investito nello sviluppo pulito e rinnovabile dell’economia circolare rischia ora di doversi fermare ostacolato da una normativa ottusa e miope”.

Cosa serve per facilitare lo sviluppo dell’economia circolare? Fissare criteri tecnici e ambientali specifici per stabilire quando, a valle di determinate operazioni di recupero, un rifiuto cessi di essere tale e diventi una materia prima secondaria o un prodotto, non più soggetto alla normativa sui rifiuti, e disposizioni normative specifiche che stabiliscano criteri e requisiti specifici per dichiarare il cosiddetto “End of waste” (come previsto dalla direttiva europea 2008/98/EC e a livello nazionale dall’art. 184 ter del 152/06 ss.mm.ii).

La prima giornata di Ecoforum ha raccontato storie concrete di sviluppo mancato. A partire dai sacchetti compostabili. Grazie al divieto dei sacchetti di plastica non compostabili per l’asporto delle merci, l'Italia ha ottenuto una riduzione nel consumo di sacchetti di plastica del 55% (da 200mila a 90mila tonnellate/anno) e una diminuzione in termini di CO2 di circa 900mila tonnellate.

Eppure, metà dei sacchetti in circolazione in Italia sono ancora illegali (40mila tonnellate di plastica), a discapito della filiera legale e con una perdita di circa 160 milioni di euro, a cui si devono aggiungere 30 milioni di euro di evasione fiscale e 50 milioni di euro necessari per lo smaltimento delle buste fuori legge. Cosa serve? Far rispettare la legge, quindi controlli.

E ancora: il polverino di gomma proveniente dal trattamento di Pneumatici Fuori Uso (Pfu) negli asfalti. Nonostante gli asfalti modificati con polverino di gomma siano ormai usati con successo da oltre quarant’anni, l’utilizzo del polverino di gomma viene frenato dalla diffidenza degli operatori del settore e dal loro mancato inserimento nei capitolati a causa della mancanza di criteri tecnici adeguati a distinguere un rifiuto da una materia prima secondaria non più soggetta alla normativa sui rifiuti.

Eppure, aumentando la quantità di pneumatici fuori uso recuperati e utilizzati fino a raddoppiarla al 2020, si potrebbero riasfaltare 26.000 km di strade, con un risparmio energetico, ottenuto non utilizzando materiali derivati dal petrolio, di oltre 400.000 MWh e un taglio alle emissioni di CO2 pari a 225.000 tonnellate.

I pannolini. Il processo di trattamento dei pannolini e dei prodotti assorbenti per la persona (Pap), attraverso un processo di sanificazione e separazione delle matrici che compongono il rifiuto, permette il recupero di materiali di elevata qualità destinati ad essere riutilizzati in svariati processi produttivi. Da una tonnellata di rifiuti Pap si ottengono circa 150 kg di cellulosa, 75 kg di plastica e 75 kg di polimeri assorbenti. In Italia, l’azienda privata Fater di Pescara ha realizzato a Spresiano (Tv), nel sito dell’azienda pubblica Contarina, un impianto di questo tipo dopo aver effettuato con successo la fase di sperimentazione.

L’impianto è però fermo perché l’autorizzazione della Regione Veneto, in mancanza di una normativa nazionale, classifica le frazioni di plastica e di cellulosa prodotte dall’impianto come rifiuto e questo crea problemi alle aziende interessate al loro riciclo. La Fater ha avviato un procedimento legale che è ancora in corso e, nel frattempo, accumuliamo rifiuti, consapevoli che i rifiuti da PAP costituiscono circa il 2,5% dei rifiuti solidi urbani, pari a circa 900.000 tonnellate annue, mentre se il processo Fater venisse esteso su tutto il territorio nazionale, potremmo eliminare 3 discariche l’anno.

Gli aggregati di materiali provenienti dai rifiuti da costruzione e demolizione (C&D). Sono tra i rifiuti più imponenti: rappresentano il 25-30% del volume totale dei rifiuti in Europa e potrebbero essere recuperati e rigenerati con enormi vantaggi ambientali. Raggiungendo l’obiettivo della direttiva europea, recepita anche in Italia, del 70% entro il 2020 di riciclo di materiali da costruzione e demolizione, si genererebbero oltre 23 milioni di tonnellate di materiali che permetterebbero di fermare la realizzazione di almeno 100 cave di sabbia e ghiaia per un anno.

Sono stati utilizzati con successo anche in cantieri autostradali (come ad esempio per il Passante di Mestre), ma le barriere all'utilizzo degli aggregati di recupero sono purtroppo ancora molte, a partire dai capitolati che ne vietano o, di fatto ne limitano l’utilizzo, per la scarsa conoscenza da parte dei Direttori tecnici.

Rifiuti di fonderia al posto di materiali da cava. Terre esauste, sabbie e scorie di fusione, opportunamente trattate, rappresentano una valida alternativa all’utilizzo di inerti naturali in molte applicazioni. Le sabbie derivate dagli scarti di fonderia potrebbero avere un riutilizzo virtuoso come materiali secondari, attraverso la miscelazione e movimentazione della sabbia, con risultati positivi sui costi di produzione e sull’ambiente, pari a una riduzione degli scarti da smaltire del 95% e un beneficio sui costi per acquisto di sabbia nuova pari a circa il 90%.

La riduzione dei volumi di sabbia esausta sarebbe dell’85%-95%, il residuo di sabbia di scarto scenderebbe al 5-15% del volume. I vantaggi in termini ambientali sarebbero notevoli grazie al minor ricorso allo smaltimento in discarica e al minor utilizzo di materiali di scavo. Ma oggi tutto ciò è frenato da una burocrazia farraginosa, incerta e differente da Regione a Regione.

Insomma, le opportunità offerte dall'innovazione tecnologica che in questi anni si è fatta travolgente "fa apparire il ritardo nell'adeguamento normativo ormai a un livello patologico”, commenta il vice presidente del Kyoto Club Francesco Ferrante.

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