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Silenzio stampa e niente da dire

Silenzio stampa e niente da dire

Silenzio stampa e niente da dire
Forse oggi ha un senso tacere, stare zitti, andarsene senza guardare in faccia nessuno, quasi scappare dalla porta secondaria. Perché quando mancano 90’ alla fine di una stagione balorda, quando sei riuscito a farti risucchiare di nuovo nella lotta per non retrocedere, il silenzio diventa obbligo, persino l’unica soluzione decente. La questione è che da mesi si passa dal silenzio al parlare, dal silenzio allo straparlare, dal tacere a lanciare accuse, per poi ripiombare nel silenzio. La squadra che parla, la squadra che non parla. L’allenatore che si concede solo a chi ha esclusive. Poi l’allenatore che parla con tutti. E poi non parla più.   Si chiama silenzio stampa, sembra un affronto fatto a chi opera nell’informazione, a chi scrive sui giornali, a chi parla in radio e in tv. Ma non è così. E’ una questione di rapporti, di relazioni, di connessioni con il mondo esterno, con una città, con gli sportivi, con i tifosi. Dire o non dire riguarda quel rapporto diretto che dovrebbe sempre esserci tra società, squadra e ambiente. Nella buona e, soprattutto, nella cattiva sorte.   Il Catania negli ultimi due anni di errori ne ha commessi a tonnellate, ne abbiamo parlato e ne riparleremo nei prossimi giorni e poi, speriamo, a salvezza ottenuta. Ma, per quanto possa apparire paradossale rispetto a catastrofiche conferme di giocatori, irrazionali scelte di allenatori, improvvide investiture di preparatori atletici, quel che ha provocato la frattura traumatica che ieri ha umiliato in diretta tv il Catania e Catania, con i fischi dello stadio alla società, alla squadra, all’indegna prova, è stato proprio il silenzio.   Il silenzio della squadra, dei tecnici. Il silenzio della società, di cui abbiamo compreso il senso, ma di cui non si possono nascondere oggi nel dramma le conseguenze. Il silenzio su tutto, sugli infortuni, sulla preparazione, sulle responsabilità di chi sbagliava. Un errore, perché qualche volta il silenzio aiuta, ma nella maggior parte dei casi finisce con l’uccidere chi è già fragile, debole, vulnerabile di suo. Proprio come il Catania degli ultimi due anni.

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