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Pancaro si racconta e svela: «Ecco perché ho accettato di allenare il Catania»

Pancaro si racconta e svela: «Ecco perché ho accettato di allenare il Catania»

Intervista esclusiva con il tecnico rossazzurro. Mercato: due nuovi arrivi

Pancaro si racconta e svela: «Ecco perché ho accettato di allenare il Catania»

TORRE DEL GRIFO - Il tecnico del Catania, Giuseppe Pancaro, si è raccontato al nostro quotidiano in un’intervista esclusiva durante la quale parla del passato illustre, dell’esperienza in Nazionale e anche dell’incarico che ha ricevuto dalla società rossazzurra. Giuseppe «Pippo» Pancaro è asciutto, concreto. Molto realista. E con schiettezza affronta le difficoltà legate alla gestione dell’attuale gruppo senza cercare alibi: «In che modo calarsi nella realtà? La terza serie è una cosa diversa rispetto al passato recente del Catania. Come in tutti i lavori della vita, bisogna fare un passo alla volta e dimostrare di migliorare». Ma dal passato è giusto transitare per spiegare l’uomo e il percorso di un ex calciatore che è diventato recentemente un tecnico.

 

Perché ha deciso di allenare?
«Per la passione mai venuta meno. Mi vedevo in questo mondo, ho vissuto sempre in campo, Mi diverto, imparo il mestiere, ho curiosità e voglia di documentarmi».

 

Lei parte da Acri, 25 mila anime, la sua cittadina in aperta periferia.

«Lì c’era solo quello: il pallone. Giocavamo tutti in strada. Dribblavamo anche le auto. Quelle partite improvvisate mi rendevano felice».

 

E dalla strada alla Serie A il percorso è stato lungo.

«Sono stato fortunato, da bambino non pensavo ad altro, era un obiettivo talmente forte che mi faceva superare qualsiasi difficoltà».

 

Alla Lazio, appena arrivato, ha vinto lo scudetto del dopo Maestrelli. Mica male...

«Quel titolo è stato costruito con investimenti economici importanti. Durante l’era di Eriksson sono stati acquistati i campioni che, messi insieme, hanno portato a una continuità tecnica e successi. Nesta in difesa era talento puro, Veron in mezzo una forza della natura. Mihajlovic, Nedved, Mancini. La lista era lunga».

 

E lei, gregario di periferia, s’è inserito alla perfezione.

«Il tecnico mi aveva voluto fortemente, sono entrato in un incastro giusto. Mi hanno fatto sentire un giocatore importante. Lo scudetto? Il sogno di ogni bambino».

 

 

 

Cosa pensò nel momento in cui diventava campione?

«Era il coronamento di un percorso. Il primo pensiero? Torni bambino, rivivi il film della tua vita. Una sensazione bellissima».

 

Non era un caso: approdò al Milan e vinse subito.

«Consolidarsi è stato difficile. Alla Lazio avevo fatto bene (due supercoppe vinte e non solo, ndr). In rossonero arrivai a 34 anni, mi sono rimesso in gioco. Ho avuto un rapporto favoloso con Ancelotti».

 

E amicizie forti, sincere.

«Con Inzaghi mi conoscevo da tempo... Con quella caratteristica è stato uno dei migliori attaccanti al Mondo. Vieri era un giocatore con uno strapotere fisico impressionante. Sheva? Favoloso».

 

E quanti attaccanti da marcare. Chi soffriva?

«Gullit fisicamente era un colosso, ti faceva soffrire. Penso anche a Donadoni: indomabile. Ogni giorno rinnovavo il confronto con i campioni».

 

Capitolo nazionale. Ha disputato le qualificazioni per il Mondiale 2002, per l’Europeo 2006.

«Da bambino soffrivo in tv ed esultavo per il successo mondiale dell’82. Ma durante quelle fase di qualificazione non sono andato avanti per infortunio. Nel 2000, allenatore Zoff, fui scartato: eravamo in 23, agli Europei in Olanda non andai solo io. Va bene così, per carità».

 

Chi è Pancaro uomo?

«La cosa più importante della mia vita è la mia famiglia. Amo il mare, sono legato alla Sardegna: ho giocato a Cagliari appena ventenne. Da allora in poi sono tornato spessissimo e mi sono innamorato della Costa Smeralda».

 

In vacanza preferisce faticare o il dolce far niente?

«Sono pigro, non faccio le scarpinate su per le montagne, i posti in cui vado li considero come riposo post lavoro. Mi piace Formentera, adoro Taormina. Adesso ritrovo un posto fantastico».

 

Ha scelto di vivere a Roma con la famiglia.

«Adoro visitarla di notte, osservare i monumenti, studiarne la storia, senza caos».

 

Musica o cinema?

«Tutte e due. Mi piace molto godermi un film in sala piuttosto che in tv».

 

Pancaro allenatore comincia a Modena, chiamato da Dario Marcolin.

«Era mio compagno nella Lazio e a Cagliari. Ed è stata una esperienza importante, formativa».

 

Nella scorsa stagione ha guidato la Juve Stabia. 

«Un momento importante sotto ogni punto di vista: sia tecnico per quello che la squadra esprimeva, sia morale per i rapporti istaurati con i miei giocatori e con l’ambiente. Sono stato veramente bene».

 

Sul più bello ha deciso di andare via, però. 

«Il rapporto si è interrotto per visioni differenti».

 

Lei è stato guidato da allenatori di primo livello. Ci racconti che cosa le è rimasto impresso di ognuno di loro.

«Mi piacevano le caratteristiche. Cito d’istinto l’equilibrio di Ericksson, l’entusiasmo del Trap, il rapporto umano fantastico con Ancelotti, la gestione del gruppo di Lippi. Tutti sono stati bravi tatticamente. Tutti. Anche Prandelli a Firenze, per esempio».

 

Eccoci alla stagione che comincia in casa Catania.

«Partiamo con un mese e mezzo di ritardo. Ci sono difficoltà ovvie: il ritiro non l’abbiamo vissuto con il gruppo al completo, la squadra ancora è in fase di costruzione. Però sono uno al quale non piace snocciolare frasi per crearsi alibi».

 

Si è mai pentito di aver accettato l’incarico.

«Mai. Quando ho accettato sapevo che sarebbe stata una partenza complicata. Con i ragazzi devo accorciare il tempo di conoscenza e di amalgama per arrivare al 13 pronti il più possibile».

 

La squadra ha ancora bisogno di rinforzi: la società ha detto che ne arriveranno altri sei.

«Sono contento per il gruppo che mi è stato messo a disposizione. Ci eravamo prefissati obiettivi importanti e la società è stata abile a raggiungerli. Sta nascendo una squadra importante e che ha qualità. Dobbiamo lavorare per diventare un gruppo fuori e dentro campo, c’è poco tempo: lavoriamo senza piangere».

 

I tifosi sono arrabbiati e delusi.

«Non possiamo chiedere loro nulla, siamo noi che dobbiamo dare. Che cosa? Attaccamento alla maglia, sacrificio, abnegazione, lavoro, prestazioni e poi il risultato».

 

 

Lei parte dalla base del 4-3-3. Mai con la difesa a tre.

«Mi interessano i principi: l’idea è che voglio arrivare al risultato attraverso gioco e prestazione, possesso palla. Voglio una squadra propositiva che non subisca e provi a fare la partita, che pressi gli avversari a partire dall’alto, cercando il recupero palla immediato».

 

E il 4-2-3-1?

«Possibile: contano le caratteristiche. Russotto? Può fare il trequartista».

 

La superiorità numerica è uno dei suoi capisaldi.

«Bisogna acquisirla con la sovrapposizione sugli esterni. Il centrale di centrocampo? Deve assicurare l’apertura e costruire gioco. Deve fare trottare la squadra».

 

Difesa alta?

«Si, ma in funzione della palla».

 

Il centravanti: colosso da area o di movimento?

«Il centravanti deve essere completo, di movimento e che sappia andare incontro alla palla attaccando anche la profondità». 

 

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