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Terremoti, a Catania il laboratorio di Geomatica che studia le faglie sul campo

L'esperienza guidata dal prof. Giorgio De Guidi: con un gruppo di studenti ha "anticipato" la seconda scossa in Appennino

Terremoti, a Catania il laboratorio di Geomatica che studia le faglie sul campo

Il prof De Guidi (terzo da sinistra) con altri componenti del laboratorio mobile di Geomatica

Nel 2014, con il sostegno del direttore del Dipartimento di Scienze geologiche prof. Carmelo Monaco e dell’ex rettore Giacomo Pignataro, ha realizzato - nella sede di corso Italia 57 - un laboratorio di geomatica, una struttura che geolocalizza i punti della terra per studiarne il movimento e la deformazione attraverso antenne ricevitrici, Gps, droni. Obiettivo studiare le faglie attive dei vulcani e dei territori a rischio sismico.

 

Così il prof. De Guidi ha formato un gruppo di studenti capaci di utilizzare gli strumenti del laboratorio anche all’aperto, cioè operando sul campo. Si tratta, infatti, di una strumentazione mobile che può essere trasportata su un pullmino. Il gruppo di studio è così in grado - qualora si verifichi un evento geologico parossistico - di essere sul posto in massimo 36 ore. Non solo. I giovani hanno imparato ad impostare una ricerca, a individuare dove è opportuno collocare la strumentazione per registrare i movimenti delle eventuali fratture del terreno, ad regolare gli strumenti, a raccogliere i dati e a elaborarli e a valutarli e, ultimo ma non meno importante, a gestire tutta l’organizzazione logistica, cioè dove dormire, come provvedere ai pasti e ad ogni altra necessità. Insomma sono autonomi. Ed è proprio questo l’obiettivo di questo progetto.

 

 

Una capacità che hanno messo alla prova dopo il terremoto in Appennino del 24 agosto 2016 quando hanno deciso di andare sui luoghi colpiti dal sisma per monitorare i luoghi dove la rottura delle faglie può attivarne delle altre nuove, cioè di tenere sotto controllo i punti dove era possibile che la deformazione della terra migrasse. Hanno deciso di posizionare la strumentazione più a nord dei luoghi già interessati e 15 giorni dopo, il 30 ottobre 2016, hanno registrato il movimento verticale e orizzontale nella zona prossima alla rottura dova si è verificato il nuovo, forte, sisma di 6,5 gradi della scala Richter. Dati interessantissimi per gli studiosi tanto che lo studio che ne hanno tratto è ora all’analisi di una delle più importanti riviste internazionali di geologia. Un’esperienza che ha ulteriormente motivato gli studenti che già riportano risultati brillanti agli esami e alla laurea e che sono già formati per entrare nel mondo del lavoro da professionisti.

 

Non solo. Il gruppo studia le faglie di deformazione lungo le faglie attive dell’Etna, faglie che attraversano anche i centri abitati sulle pendici del vulcano. E ci sono già Comuni, come San Gregorio di Catania, che hanno chiesto il loro intervento per studiare il proprio territorio in modo da consentire ai propri tecnici una più adeguata elaborazione dei piani urbanistici. Il Comune di San Gregorio ha stanziato anche una somma per questi studi - che hanno rilevato l’esistenza di una nuova faglia finora sconosciuta, e dunque una nuova zona a rischio - segno che il gruppo comincia ad ottenere anche dei piccoli finanziamenti.

 

Ancora altri studi sono stati fatti nelle aree dei vulcani di fango, le cosiddette Maccalube di Aragona, in provincia di Agrigento, a Paternò e a Caltanissetta dove anni addietro si è registrata una «fontana» di acqua fango e metano i cui frammenti sono arrivati fino a 200 metri di distanza colpendo le case vicine. Anche in questi casi, dunque, il monitoraggio è indispensabile alla sicurezza dei luoghi e della popolazione.

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