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il Design è una Favola!

Il Design accoglie il gioco della creativita' della utenza, che dunque diviene necessita' primaria.

il Design è una Favola!

Rabbit Chair, Stefano Giovannoni, qeeboo

“Ludus est nobis constanter industria.

                         Il gioco è per noi il lavoro quotidiano.”

 

 

 

      Di ogni fiaba, amo il suo essere un diario intimo e segreto in forma di racconto, e la magia che questa riesce a mettere in scena, riposta tutta nella scoperta, che possa riuscire nell’intento di poter parlare di noi, senza nemmeno conoscerci.

Spesso attraverso una narrazione che si muove, ondivaga, tra la spietatezza e la delicatezza del narrare, spingendoci a volte in modo sapiente, toccante, ed altre invece, in un modo doloroso e, fiabesco.

Amo il loro sfrontato modo di saper mettere in evidenza, con furore carnale e disarmante immediatezza, l’architettura umana, attraverso una cristallizzazione iconografica che diviene totalizzante a tal punto, da riuscire a generare una maniera di percepire che abbraccia il disumano.

Cristallizzazione che, beninteso, è propria dell’espressione contemporanea delle pulsioni più elementari nel mondo dell’Arte, e nel Design, e che ci viene proposta e riproposta con assordante continuità, nel doppio che abita gli incubi contenuti in ogni oggetto d’uso che afferisce ed interseca il nostro delicato modus vivendi.

 

 

 

Si, perché ogni oggetto con cui veniamo in contatto, è per noi occasione di relazione particolare, intima e segreta, con il nostro Io.

E nelle innumerevoli sequenze che si sviluppano nell’esercizio del gioco, comune tanto alle fiabe, quanto al design, che riusciamo persino a scorgere le frequenze proprie della decadenza dell’eroe moderno, in una morfologia che diviene propulsiva di un’azione scenica che, senza indugi ci racconta, feroce, dell’ottundimento profondo del sentimento morale e dell’abdicazione dell’intelletto in favore di un prevalere delle emozioni che, diviene questione irrinunciabile delle nostre traiettorie di scelta e d’esercizio nella quotidianità.

Una morfologia che opera come un catalizzatore, attivando una serie di coazioni, che si imperniano nel nostro modus vivendi, e che sono descrittive di una sempre più inesorabile decostruzione dell’Io.

In fondo, è quello che le fiabe hanno sempre fatto, ed è lì che sta riposto il motivo della loro inossidabile sopravvivenza, che esprime una longevità che va al di là dei sistemi di trasmissione che contraddistinguono, inesorabilmente, ogni epoca, realizzando invece in maniera estremamente efficace l’operazione di messa in scena di scherno, rabbia, furore, entusiasmo, che altro non è che una rivelazione, uno sguardo prepotente, ribelle e critico, nei confronti della società.

Uno sguardo afferente ad una particolare situazione sociale, economica, affettiva, non necessariamente vincolata a dei parametri restrittivi propri di un’epoca storica precisa.

Con l’esercizio di affrancamento dal contingente, dal frammento temporale, come per l’Arte, che è per sempre, così il Design riesce nella operazione di traghettamento del proprio approccio di metodo, in una dimensione propria dell’esercizio espressivo senza limite alcuno, senza l’utilizzo vincolante di confini di genere.

L'ibridazione delle discipline che hanno a che fare con i processi creativi, ne ha prodotto l'erosione e l'annullamento dei confini, ed ha demolito l'idea di un unico codice sorgente, capace di relegare il Design(e l'Arte) all'interno di griglie di indagine prestabilite. E' soltanto superando il concetto di ‘genere’ che si puo' descrivere il contemporaneo, figuriamoci introdurre elementi di progetto!

 

 

Ed è lì che, per me, si trova la bellezza e la potenza di una fiaba, in questa rivelazione che è bellezza che stupisce.

Proprio come accade con l’ostensione di alcune proprietà caratteristiche, possedute da alcuni oggetti d’uso con cui siamo soliti entrare in contatto, che ad un certo punto del nostro percorso di conoscenza ci stupiscono con una rivelazione che è sorpresa, dono, magia, rivelazione di una dimensione conoscitiva altra, sconosciuta e, possibile.

 

 

  

Ma è anche la bruttezza di taluni oggetti d’uso, a stupirci.

E ciò accade esattamente allo stesso modo in cui avviene per la Bellezza.

Semmai, sono i parametri d’esercizio che mutano, in particolare per quanto attiene all’ingaggio, che accade sempre in maniera tempestiva e brutale, per questi oggetti percorsi dal fremito di una melodia inquieta che recano, indelebile, il segno marcato e forte  del desiderio e della disfatta.

E ciò, non fa che aumentarne il loro effetto, il loro fascino sulle nostre deboli e vulnerabili coscienze, come fossero oggetti d’inestimabile valore, aristocraticamente destinati a languire, a guardarci da lontano con superiore distacco. Oggetti che ostentano, fieri e disinteressati, un profilo fisionomico da purosangue, oggetti che sanno il piacere, per niente infiacchiti dal tepore famigliare, sempre pronti ad irriderlo con un’ inatteso slancio vitale nella direzione di una nuova avventura.

Oggetti inquieti e feroci, portatori di una devozione nei confronti del nostro modus vivendi, che è insieme devastazione dei fragili e confortanti profili esistenziali che con ostinazione cerchiamo di afferrare, convinti e mai arrendevoli nei confronti di una realtà che si mostra, sfrontata ed inevitabile, attraverso i parametri della transitorietà, dell’impermanenza, della provvisorietà.

 

 

 

Pezzi da camera, che inconsapevolmente ci rendono dei rifugiati di lusso.

Elementi che non afferiscono ad alcun legame di parentela con la nostra esistenza, ma che possono solo come amanti.

 

 

O sono amanti, o non sono niente, questi oggetti che sanno le ore sacre della nostra vita, ed a ragione di ciò ci investono di una meravigliosa ed estenuante felicità impaurita.

 

 

E sembra essere proprio quello che cerchiamo da loro, e la cosa strana è che, in qualche misura, è come se lo avessimo sempre saputo.

Beh, ma al di là del coinvolgimento in una spirale dalla inevitabilità travolgente operata da questi oggetti, forse è veramente quello che desideriamo, segretamente, ciò che vogliamo provi a scardinare le modalità ripetitive e monotòne del nostro modus operandi.

Ed è persino naturale, che in un’era affetta da una standardizzazione diffusa, progressiva e generalizzata, ci si volga alla protezione e valorizzazione di tutte quelle opere che si esprimono nei nostri scenari di vita, nei nostri scenari ambientali, attraverso i parametri della singolarità, con un timbro di voce forte, unica, inconfondibile.

Scenari che accolgono con sempre più straniante naturalezza questi elementi, accomunati tutti da una ferocia indicibile, che recita due copioni in asincrono: uno che racconta le vicissitudini della origine artificiale delle frequenze biologiche dell’oggetto, meraviglia dell’espletamento magico della funzione di servizio; e l’altro, invece, del piglio canagliesco, dell’esercizio di una ironia della cupezza e del dileggio, sarcastico e sciroccato, ma che produce un inevitabile ammaliamento su una utenza, che si identifica più come una brigata, piuttosto che come una comunità in cerca di bisogni.

 

 

 

 LOOK!look!LOOK!look!LOOK!look!LOOK!look!LOOK!look!LOOK!look!LOOK!look!LOOK!look!LOOK!look!

P.S.=

…tra qualche giorno, più precisamente, venerdì 12 maggio alle ore 19:30, nello Spazio Design di Via Milano a Catania, potrete rischiare di trovarvi, di colpo, immersi tra la memoria e la feroce verità della realtà delle cose, tra giorno e sogno, grazie alla Confidential Talk organizzata dal mio amico Vincenzo Castellana con il designer Stefano Giovannoni.

 

A bien tot, dESIGN People!!

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