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Così Papa Francesco mi ha ridonato la speranza

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Così Papa Francesco mi ha ridonato la speranza

Roma. Piazza S. Pietro, ai piedi del sagrato della Basilica, in un religioso silenzio, mi guardo attorno attonita e incredula. Nonostante io riesca a muovere appena il capo , scorgo la maestosità dei due colonnati che mi circondano e sopra ai quali sono poste delle sontuose statue.

È il 10 settembre di quest’ anno, sono circa le ore dieci e in una soleggiata mattina, sgombra da qualsiasi nuvola, attendo con ansia l’incontro con Papa Francesco. Ad intrattenermi sono i cerimonieri papali. La loro conoscenza è stata singolare: il più anziano tra loro mi è venuto incontro chiedendomi quale fosse il mio nome . Abbiamo cominciato a parlare e mi ha detto che a spingerlo verso di me è stato il mio volto tanto sereno e pieno di luce.

Ha voluto coinvolgere anche gli altri cerimonieri, li ha chiamati, e in men che non si dica sono stata attorniata da tutti loro. Concordi, mi hanno nominata “la fata del Vaticano”. Poco dopo, la nostra attenzione è stata distolta…Papa Francesco stava facendo il suo ingresso.

Sistematosi al centro del sagrato, il Santo Padre ha salutato i gruppi di pellegrini di vari Paesi presenti. Dopo di che ha pronunciato il suo discorso: il tema della catechesi è stato incentrato sulla Misericordia e sulla Redenzione. Infine ha impartito la sua benedizione.

Il momento più atteso, però, stava per arrivare! Da lì a poco “ l’Incontro”.

Avvicinatosi, il Papa ha posto la sua mano sulla mia e con il suo sorriso paterno mi ha detto: «Non mollare, sii forte, e porta con fede la tua croce. Prega per me». Ed io: «Preghi per tutte le persone che sono nel mio cuore e per coloro che mi hanno accompagnata in questo viaggio, affinché ciò per cui pregano possa realizzarsi». Il Santo Padre mi ha abbracciata per poi baciarmi sulla fronte.

Mi ha salutato donandomi il Rosario papale. Con gli occhi ancora lucidi perché commossa dalle sue affettuose e incoraggianti parole insieme a Melina che spingeva la mia carrozzina, mi sono diretta verso la Basilica dove ad attendermi c’erano i miei genitori, mia sorella, i miei operatori Angela e Marcello, i medici dell’Unità Spinale dell’ospedale “Cannizzaro”, Graziella, Giuseppe e l’affezionato gruppo dei miei amici dell’Associazione Cappuccini. Insieme abbiamo varcato la Porta Santa e visitato la Basilica.

Ma questa particolare giornata non si era ancora conclusa: dopo aver lasciato questi luoghi sacri, in un clima festoso e ricco di serenità e armonia, ci siamo addentrati nelle viuzze romane in cerca di una trattoria per poter gustare una magnifica “amatriciana”.

Rientrati in albergo mi attendeva una inaspettata sorpresa. Il dott. Sandro Di Stefano, direttore di pneumatologia dell’Unità Spinale, ha invitato l’amica Catena Fiorello a trascorrere la serata in nostra compagnia. La scrittrice è stata molto amichevole e cordiale, e come due vecchie amiche abbiamo condiviso le nostre esperienze di vita. Carinamente mi ha fatto dono dei suoi romanzi e salutandoci ci siamo promesse di rivederci quanto prima qui a Catania.

In questi giorni diverse sono state le riflessioni scaturite nella mia mente e tra le tante due rimangono indelebili: fede e fiducia in coloro che ti stanno accanto.

I più sentiti ringraziamenti vanno al direttore generale del Cannizzaro dott. Angelo Pellicanò, al primario dell’Unità Spinale dott.ssa Maria Pia Onesta, alla dott.ssa Tiziana Di Gregorio, alla dott.ssa Agata Bonaccorsi perché accompagnandomi in questo percorso mi hanno permesso di affrontarlo con sicurezza e serenità.

Ringrazio affettuosamente anche gli amici “dell’11 giugno 2016” che hanno partecipato alla realizzazione di questo viaggio e il parroco della cattedrale, mons. Barbaro Scionti.

Ma la mia gratitudine è rivolta in modo speciale alla mia cara amica Graziella, che con tanta energia e amorevolezza ha organizzato questo “pellegrinaggio”. Dopo sei anni da ciò che io chiamo “incidente” sono riuscita a realizzare uno dei miei più grandi desideri.

A tutti coloro che leggeranno queste righe voglio dire: «C’è qualcosa dentro di te che nessuno ti può toccare né togliere, se tu non vuoi. Si chiama Speranza».

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