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La resilienza di Ezio Bosso incanta Taormina

Il pianista torinese al Teatro Antico tra i brani del suo album, Chopin e Bach

«Ho ragionato molto su cosa voglia dire perdersi: quando ci si perde s’impara a seguire». La tappa siciliana del tour di Ezio Bosso si è svolta venerdì a Taormina davanti a circa 2.000 spettatori eterogenei e curiosi di ascoltare l’uomo divenuto emblema per la sua determinazione nel continuare a suonare nonostante la malattia degenerativa con la quale convive dal 2011. Il primo brano che ha eseguito è stato Following a bird (come consuetudine a ogni suo concerto), ma prima ha voluto rompere il ghiaccio col pubblico, raccontando l’origine della sua musica e il viaggio attraverso le dodici stanze che compongono il suo primo album. Bosso sorride, a fatica, e ringrazia i siciliani per la cittadinanza onoraria che il comune di Acireale gli conferirà stasera (l’artista vi si tratterrà fino a sabato per i workshop di “Villa Pennisi in Musica”).

La musica è per il pianista torinese un fattore di resilienza, elemento terapeutico non solo a livello emozionale ma anche motorio. Il legame mentale e fisico con lo strumento (quello Steinway a gran coda che ama chiamare “fratellone”) gli ha consentito di non arrendersi al declino impostogli dalla sua malattia. Ecco allora le imperfezioni delle esecuzioni dissolversi sullo sfondo di un messaggio totale, che va al di là della musica stessa e si basa sull’empatia con un pubblico che l’artista chiede più volte di vedere in faccia. Perfino quando, infastidito da i rumori provenienti dal foyer, richiama al silenzio spiega: «Stiamo cercando di suonare». La sua è un’idea di musica plurale perché, come ama ricordare, finanche quella dei più grandi assume il suo pieno significato solo nel momento in cui viene ascoltata.

Il pubblico di Taormina non è composto da melomani e musicofili (del tipo che storcerebbero il naso di fronte a una lettura così “popular” dei preludi di Chopin) ma in gran parte da gente che, con buona probabilità, prima dell’exploit sanremese di febbraio non aveva mai sentito parlare di lui, sebbene lo avesse probabilmente ascoltato senza saperlo nelle colonne sonore dei film di Gabriele Salvatores. Eppure, a rendere grande il suo messaggio è proprio questa capacità di arrivare al cuore di tutti: il “medley” di brani chopiniani e bachiani (già ascoltati sul cd e associati ad altre “stanze”) è calibrato sulle capacità e i limiti esecutivi dell’artista, ma al contempo studiato per emozionare. Uno dei momenti più intensi è il Preludio op 28 n.4 in mi minore di Chopin, pezzo non a caso spesso prestato alla musica leggera (basti pensare come il tema sia stato usato in Jane B di Serge Gainsbourg nel 1969 e rimaneggiato in chiave rock da Jimmy Page nel 1982). Privo delle “volatine” che il compositore polacco era solito inserire in molte composizioni, il brano si caratterizza più per una difficoltà interpretativa che esecutiva e viene affrontato con coinvolgimento dallo stesso Bosso, che non ha mancato di raccontare alcuni aneddoti su Chopin e la sua malattia.In seguito il musicista ha proposto nuovamente uno dei brani di The 12th room, dedicato ad Emily Dickinson, e si è congedato per una breve pausa.

Rientrato in scena assieme al violinista David Romano (direttore artistico di Villa Pennisi in Musica) e al violoncellista Diego Romano l’artista ha proposto l’apprezzata Tea Room e due estratti da Music For Wheater Elements:Thunders and Lightnings e Rain in your black eyes. Quest’ultima, intrisa di un minimalismo che ha il suo punto di forza nella reiterata successione dei medesimi accordi su cui si sviluppano poi i soli “a canone” degli archi, ha strappato al pubblico un lungo applauso e una standing ovation che si è presto tradotta in un accorato bis.  

Poi il pianista è uscito di scena con una corsa: in carrozzina, ma non senza sorriso sulle labbra.

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