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Milano: il disastro di Linate nel racconto della figlia di una vittima, 22 anni dopo /Adnkronos

Di Redazione |

Milano, 7 ott. (di Marco Di Vincenzo) – Diciotto secondi. Solo diciotto secondi. È il tempo in cui si è consumata la tragedia più grave che la storia dell’aviazione civile italiana ricordi. Quella dell’8 ottobre del 2001 è una fredda mattina d’autunno. All’aeroporto di Milano Linate c’è una nebbia densa, fittissima. Sono le 8.10. Un aereo di linea della Scandinavian Airlines, un McDonnell Douglas MD-87, è pronto per il decollo. La sua destinazione è la Danimarca, scalo di Copenaghen. A bordo, ci sono 110 persone, tra passeggeri e membri dell’equipaggio. Sulla pista, però, improvvisamente appare un piccolo aeromobile privato. È un Cessna Citation CJ2 diretto a Parigi: quattro gli occupanti. Fa un’incursione sbagliata su quel lembo d’asfalto che viene utilizzato per il decollo principale dello scalo milanese. Lo scontro è inevitabile.

Le manovre disperate dei piloti servono a poco: il Cessna viene investito dal potente aereo con la livrea bianca e blu della Sas, che ormai aveva preso velocità per staccarsi dal suolo e alzarsi in volo. È la devastazione. Dall’impatto, violentissimo, nasce un incendio, che si propaga e si alimenta col cherosene dei due apparecchi. Il fumo che ne deriva, denso e nero, si mescola alla nebbia, densa e bianca. Il bagliore delle fiamme illumina la scena agghiacciante. Chi è lì descrive il tutto come un inferno, un vero inferno. L’inferno Linate. Che si realizza in diciotto secondi. Solo diciotto, interminabili secondi.

Francesca Rossello l’8 ottobre del 2001 ha 22 anni. Vive in un piccolo paesino tra il Piemonte e la Lombardia. Studia all’università, abita in casa coi suoi. Di quella mattina, Francesca ricorda tutto. “Per me è come se fosse successo ieri”, racconta all’Adnkronos. “Ogni istante, ogni momento è impresso nella mia memoria. E non andrà mai via”.

Quell’8 ottobre, il papà di Francesca, Osvaldo Rossello, deve andare in aeroporto. Lavora per un’importante multinazionale svedese. Deve raggiungere, per lavoro, Copenaghen. “Ricordo che doveva stare a Linate molto presto. Così, verso le 3 del mattino, mentre io ero ancora in dormiveglia, venne in camera mia e mi diede un bacio: era il suo modo di salutarmi prima delle sue partenze”. Francesca non può immaginare che quella è l’ultima volta in cui saluta suo padre.

“La nebbia di quella mattina era spaventosa. Anche mia mamma, ricordo, ebbe paura. Di nebbie così oggi non ce ne sono più”, ricorda Francesca. Il rapporto tra padre e figlia è scandito da affettuose consuetudini. “Avevamo un legame strettissimo. E avevamo un rito tutto nostro: ogni volta cha prendeva un aereo, al suo arrivo doveva inviarmi un messaggio sul telefono, un sms”. Un modo dolce per dire che tutto era andato bene, una rassicurazione. Ma quella mattina, il messaggio sul telefono di Francesca non può arrivare. Osvaldo sale sullo Scandinavian Airlines. E lui è una delle 118 vittime del disastro di Linate.

“Stavo per andare all’università, quando in tv diedero la notizia che a Milano, in aeroporto, era successo qualcosa. All’inizio, dissero che era stato coinvolto un aereo per Amsterdam. Mi tranquillizzai perché pensai che mio padre stava andando a Copenaghen e non lì. Ma, inconsciamente, iniziai a sentire qualcosa nello stomaco”. Le notizie sono frammentarie. Si parla di un attentato, prima che di un incidente. È comprensibile, nel turbinio dell’informazione. Sono passate poche settimane dell’11 settembre: le immagini delle Torri Gemelle che sprigionano fumo, nel cuore di Manhattan, sono ancora impresse negli occhi e nei cuori di tutti.

Francesca vuole capire. Prende il suo telefono, coi polpastrelli inizia a comporre nervosamente sulla tastiera il numero del cellulare del padre. “Però non squillava. Così inizio a inviare messaggi. Ma anche lì niente”. Le chiamate sono mute, gli sms non arrivano a destinazione. Inizia ad aleggiare un presagio pesante. “C’è qualcosa che non va, mi dissi. Ma la mia parte emotiva diceva che non era possibile. Perché le disgrazie non possono capitare a noi, capitano sempre agli altri. Iniziai anche a pregare forte”.

Qualcosa, forse, non va. Ma non c’è nessuna certezza, ancora. Senza la mamma, insieme solo ad alcuni amici e familiari, raggiunge in auto l’aeroporto. “Sulla tangenziale c’era una fila incredibile, ricordo. Colonne di macchine alle porte di Linate”. E mentre sta per raggiungere lo scalo, arriva una chiamata. L’auto accosta lentamente. Si ferma. C’è la conferma. Osvaldo, suo padre, è morto. “In quel momento ricordo di aver lanciato un urlo, l’urlo più forte che ho mai fatto nella mia vita”. La speranza crolla: la vita di Osvaldo si è spezzata, insieme a quella di altre 117 persone, sull’asfalto di quella pista dell’aeroporto di Linate, invisibile per la fitta nebbia.

“Appena sono arrivata, sono stata messa in una sala d’aspetto. La prima persona che ho visto è stata la moglie di un collega di papà. Ci siamo strette in un abbraccio fortissimo. E abbiamo iniziato a piangere”, racconta ancora con emozione Francesca. Che ricorda anche la poca delicatezza di quei momenti, quando la tragedia si era appena consumata. “Si parlava di prelievo di Dna, di riconoscimento dei corpi. Ricordo alcune frasi, crude, come ‘abbiamo aperto l’aereo come una scatoletta di tonno’. Tutto questo fa male ai familiari, specialmente in quegli istanti”, riflette.

“Mi hanno detto che mio papà ha sofferto pochissimo, è morto sul colpo. Il tempo di una fotografia, mi hanno raccontato. E voglio credere che sia stato così”. La devastazione della perdita, subito dopo la tragedia, lascia il posto alla rabbia. E fa sorgere mille interrogativi. Uno, importante, fra tutti: perché a Linate, la mattina dell’8 ottobre 2001, è accaduto il disastro? “C’è stata un insieme di cause”, dice Francesca. A cominciare dalla nebbia fittissima, che toglieva la visibilità. Poi il radar di terra, che pare non funzionasse. E, ancora, la segnaletica orizzontale, che non c’era o che appariva sbiadita e indecifrabile sull’asfalto nero della pista. E poi c’era anche l’usanza che i piccoli aerei potessero tagliare la pista a quelli grandi. “Perché è uscito che questa cosa la facevano”, sottolinea Francesca. “Prassi comune”, la chiamavano.

Il disastro di Linate passa sotto la lente dei magistrati: la cronologia di quella mattina viene ricostruita, scandagliata, sezionata passo per passo, secondo per secondo, nelle aule dei tribunali. E porta, nel luglio del 2006, a diverse condanne. Nel frattempo, i familiari delle vittime si riuniscono in un comitato, che porta nel nome i numeri di quella maledetta data. “Siamo diventati una grande famiglia. Oltre a coltivare il ricordo e la memoria dei nostri cari, ci battiamo perché ci sia più sicurezza sugli aerei e negli aeroporti. Perché ci sia una formazione migliore per chi decide di lavorare in aeronautica. E perché esista maggiore sensibilità in chi presta i soccorsi”, dice Francesca. Dal 2001 a oggi, molte cose sono cambiate: la sicurezza negli aeroporti italiani è altissima. E, in questo, molto ha contribuito la lezione Linate. E lo sforzo dei famigliari.

Il ricordo della tragedia rimane, però, indelebile. Il tempo lenisce le ferite, ma non può allontanare e soffocare definitivamente il dolore. L’8 ottobre di ogni anno, le famiglie si ritrovano a commemorare i loro cari nel bosco dei faggi, dove ci sono 118 alberi piantati: uno per ogni vita spezzata. Ci sono strade che ricordano la tragedia, memoriali in cui sono scolpiti, uno ad uno, i nomi delle vittime, tra cui figurano anche diversi bambini. Francesca oggi ha 44 anni. “Riflettevo proprio che nel 2001 avevo 22 anni, e oggi esattamente 22 in più: significa che è metà della mia vita che sono senza mio papà”, dice con emozione. Sua mamma è sempre al suo fianco. È sposata e ha due bambini. “Non hanno mai conosciuto il nonno, ma lo hanno fatto lo stesso, attraverso tutte le storie che di lui ho raccontato loro”. Alla domanda su come immagina oggi suo padre, che avrebbe quasi ottant’anni, risponde: “Lo vedrei come un nonno iperattivo, che gioca a pallone felice coi suoi nipotini. E, poi, con una montagna di capelli, tutti bianchi. Esattamente come li aveva mio nonno”.COPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA

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