Tassazione plusvalenze e capital gain, finalmente si compensera’ tutto?
Milano, 30 giugno 2021. Il tema della tassazione delle rendite finanziarie come più in generale del fisco italiano è un vero rompicapo perché la normativa è particolarmente intricata, di difficile comprensione e soprattutto abbastanza iniqua.
Entro il 31 luglio 2021 dovrebbe essere licenziata dal parlamento italiano una riforma del fisco e nelle audizioni e discussioni che si svolte in queste settimane si è parlato anche del tema della tassazione delle rendite finanziarie e di una revisione del capital gain abolendo la distinzione fra “redditi dicapitale” e “redditi diversi” che è una follia italiana.
Oggi il sistema tributario italiano in base ai differenti strumenti finanziari e ai tipi di redditi generati ha stabilito una serie di compensazioni possibili (e soprattutto non) che di fatto rendono nettamente superiore al 26% il livello di tassazione delle rendite finanziarie seppure in modo subdolo poiché un investitore può facilmente essere nella posizione di scoprire che buona parte delle minusvalenze che ha accumulato non sono recuperabili.
La plusvalenza, detta anche capital gain, si verifica teoricamente solo nel momento in cui si vende, o si viene rimborsati, e a un prezzo superiore rispetto a quello di acquisto.
“Nella pratica in Italia nel caso delle gestioni patrimoniali o dei fondi pensione – spiega Salvatore Gaziano, consulente finanziario indipendente, si tassa anche il maturato e sono diverse le aberrazioni. Non tutte le minusvalenze sono compensabili con tutte le plusvalenze ottenute e viceversa”.
Nella prima bozza della proposta parlamentare sulla riforma fiscale italiana Draghi (dove è stato molto importante il contributo di Carlo Cottarelli) sono scritte delle cose molto interessanti seppure sia bene dire che mentre i partiti sono d’accordo sui principi, sul come ottenere il risultato le strade divergono e lo stesso Cottarelli non è molto fiducioso al momento che la riforma fiscale Draghi prenda il volo.
A parole c’è, infatti, coesione sul fatto che occorre alleggerire la pressione fiscale che grava sugli italiani fra le più alte al mondo e che colpisce soprattutto i redditi medi (chi in Italia denuncia fra i 28.000 e i 55.000 euro come aliquota quanto gli americani pagano su redditi sopra i 435.000 dollari).
Tra le proposte in discussione c’è anche il taglio dell’aliquota delle rendite finanziarie, da allineare alla prima aliquota Irpef, oggi è al 23% contro le attuali tre aliquote di tassazione (12,50 per i titoli di stato , 20% per i fondi pensione e 26% per il resto). Attualmente il fisco chiede il 26% (tre punti in più) sui capital gain. E in questo modo verrebbero assimilati ai «redditi finanziari» tutta una serie di introiti in modo da unificare «redditi da capitale» e «redditi diversi», oggi tassati in maniera difforme in Italia (una distinzione non presente all’estero) con l’effetto, come spieghiamo da anni, di creare “figli” e “figliastri” e distorsioni pazzesche. Come, per esempio, non consentire il recupero delle minusvalenze di ETF e Fondi salvo non compensarle con guadagni su azioni o obbligazioni in conto capitale e aver regalato ai “certificati” un vantaggio totalmente immeritato visto che si tratta di un prodotto “pacco” che sfrutta oltre a questo vantaggio il fatto di fare leva sulla scarsa capacità di fare di conto di molti risparmiatori italiani e tosare loro così un bel po’ di commissioni a loro insaputa.
Entro il 31 luglio quando secondo il crono-programma del PNRR dovrebbe essere licenziata dal parlamento italiano la riforma del Fisco, capiremo se questa revisione sarà realtà o è solo “ammuina”, ma già vedere finalmente che dei parlamentari si rendano conto della follia dell’attuale sistema è già una soddisfazione visto che questo tema eravamo fra i pochissimi a sollevarlo da anni, mentre molti degli addetti ai lavori si giravano dall'altra parte.
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