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Che ci fa un imprenditore toscano tra Noto e Pachino?

Di Ottavio Gintoli |

Il 4° vino più buono d’Italia, l’unico a rappresentare la Sicilia nella top 50 stilata recentemente dal Biwa è prodotto tra Noto e Pachino, sulle dolci colline che si affacciano morbidamente sull’oasi naturale di Vendicari. E’ il Saia, un Nero d’Avola prodotto da Feudo Maccari e che è riuscito a intrufolarsi nell’eterna sfida tra Barolo e Brunello, sfiorando il podio e meritandosi la definizione di “respiro del tempo”.

Ed è bastato proprio il tempo di un respiro a convincere l’imprenditore toscano Antonio Moretti Cuseri durante un viaggio a cavallo tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del nuovo secolo, a far nascere una nuova casa vinicola che avrebbe avuto un’unica quanto semplice regola: quella di rispettare il territorio, i suoi profumi e i suoi odoro. Antonio Moretti Cuseri questo 4° posto se lo sente proprio meritato e se lo gusta proprio come un bel bicchiere di Saia 2014. Un vino che prende il nome dai canali di irrigazione costruiti secoli fa dagli Arabi per raccogliere le acque piovane, che nasce dalle vigne ad alberello e che matura in botti di legno che lo stesso imprenditore toscano sceglie in maniera “maniacale”, proprio come lo racconta lui. Un successo costruito col tempo: quella di quest’anno è la 13^ vendemmia di Feudo Maccari e il giorno in cui Moretti venne in Sicilia quasi per caso è ormai lontano.

“Erano – racconta – i primi anni 2000, ero arrivato in barca e allora un giorno passando tra Noto e Pachino per andare a Vendicari ho visto dei terreni sopra l’oasi che mi hanno subito catturato. Ho avuto subito la sensazione che ci fossero le condizioni per tirar fuori un vino buono, di qualità che rispettasse il territorio. La vite a forma di alberello, l’illuminazione massima in tutte le ore del giorno e la vicinanza al terreno: tutti fattori ideali per far maturare i grappoli>. Così è cominciata una lunga corsa, un’avventura lontano da casa (Moretti è proprietario anche della tenuta Setteponti, provincia di Arezzo). Acquistati i terreni, tumulo dopo tumolo, il feudo si espande così come aumentano anche i vini prodotti. Moretti porta con sé l’esperienza di imprenditore di successo e i tanti viaggi fatti in Francia per affinare le conoscenze del mondo vitivinicolo, provando a rubarne anche i segreti. Alcuni di questi li ha messi in pratica in Sicilia. “Per esempio – prosegue – l’attenzione ai legni con cui si costruiscono le botti.

E’ fondamentale scegliere i legni più adatti. Noi le facciamo fare su misura anche a seconda dei grappoli raccolti e, soprattutto, di quello che pensiamo possiamo tirarne fuori. Dalla vendemmia 2013 e da quella dell’anno successivo abbiamo tirato fuori un Nero d’Avola che è l’espressione di questa zona. Chi lo beve chiude gli occhi e pensa di essere in Sicilia”. Da quando ha deciso di investire in Sicilia, l’imprenditore toscano ci viene anche più di 2 volte al mese e segue passo dopo passo tutte le fasi della coltivazione, prima, e della vendemmia poi. “Come mission aziendale – aggiunge riavvolgendo il nastro – abbiamo ben chiaro quanto sia importante il rapporto col territorio e con le sue tradizioni. Per questo quando siamo arrivati qui non abbiamo deciso di portare le tecniche che si utilizza in Toscana. Abbiamo trovato l’alberello, abbiamo continuato con l’alberello che ricorda tanto la vita e la cultura dei Greci. Per loro era molto importante non alterare la naturalezza dei luoghi e delle cose. Noi si è fatto questo. E si è fatto anche bene. Che poi se un vino siciliano ha ancora meno appeal rispetto ad altri vini prodotti in altre parti d’Italia, questo è un discorso completamente diverso”.

Un’affermazione che incuriosisce e che lui stesso tiene a spiegare. “Se il Nero d’Avola – dice Moretti – con cui abbiamo conquistato il 4° posto al Biwe davanti a una giuria internazionale fosse prodotto da un’altra parte d’Italia, avrebbe un valore, non solo di mercato, più importante. Purtroppo (e qui esce tutto il lato imprenditoriale di Moretti) la politica di prezzi aggressiva sul Nero d’Avola finisce per svalutarlo. E infatti non è tutto oro quel che luccica: certi anni i conti non tornano mica”. Tra le altre “manie” dell’imprenditore toscano che c’è anche quella per selezionare gli acini: ci sono 8 persone a presidiare il nastro automatico che trasporta i chicchi d’uva. E questo succede non solo per il Saia, che per Moretti è un vino “dall’eleganza raffinata”, ma anche per gli altri vini che escono da Feudo Maccari. L’avventura siciliana per l’imprenditore toscano è solo all’inizio ma la sensazione è che il rapporto tra l’uomo Moretti e la terra siciliana sia un rapporto a doppia velocità. “Se ripenso al premio – conclude Moretti – penso che abbiamo fatto qualcosa di pazzesco e resto dell’idea che si poteva arrivare anche sul podio. Se invece ripenso a quando abbiamo cominciato l’avventura, penso a quanto materie prime importanti ci siano in questa terra. Penso che è vero che ho portato tanto in Sicilia, ma penso anche che ho seminato molto perchè in fondo ci ho sempre creduto. Ma la Sicilia e questa terra mi hanno dato di più di quanto io ho dato a loro: il calore e la generosità di un posto unico, bello da vedere, i cui odori sono inebrianti da respirare e i cui sapori sono un tuffo nell’anima”. COPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA