Comiso: Giovanna, Riccardo e la misteriosa strage degli innocenti
«Non è avvelenamento da cibo» ripete il presidente della clinica
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COMISO - Riccardo lo ricordano come «uno sciampagnone». Lui, ex capo cameriere di una sala trattenimenti del Ragusano, prima che il tarlo della depressione aggredisse la sua mente, era abituato a stare a contatto con la gente. Gli piaceva cantare e soprattutto ballare. «Quando era davvero felice - raccontano in paese - cominciava a fare il twist». Giovanna, per tutti “Gianna”, era più riservata. Dava una mano agli operatori in cucina, ma soprattutto per pulire e tenere in ordine l’appartamento al primo piano, dove passava quasi tutte le ore della giornata, a parte qualche uscita sporadica, «ma solo se viene qualcuno con me, perché io sono una signora e non è giusto andare in giro da sola». Riccardo e Gianna sono le due vittime di un’inspiegabile strage degli innocenti. Qui, fra le 2.600 anime di Pedalino, frazione di Comiso dove il tempo sembra essersi fermato, li conoscevano tutti. Anche perché la loro casa, poi diventata la loro tomba, è proprio in una via che dà sulla piazza principale. Una comunità alloggio per disabili psichici, una struttura aperta dove tutti vivono un’esperienza di vita quasi normale. Due piani sopra l’ufficio postale: il primo, dove tutti gli 11 ospiti hanno registrato i sintomi di una tossicosi ancora tutta da spiegare; il secondo dove un’altra decina di persone è scampata al destino di morte. Alle due del pomeriggio, al citofono della “Beautiful Days”, ci risponde una voce femminile. «Qui dei titolari non c’è nessuno, sono tutti a Ragusa». Al balcone del primo piano, quello dove i poliziotti hanno appena sequestrato pure i residui del vomito dei pazienti intossicati, c’è un signore sulla sessantina, anche se potrebbe avere molti meno anni di quelli che dimostra. Felpa gialla e blu, pantaloni con le tasche, barba lunga. Fischietta una vecchia canzone di Modugno e ci guarda con aria di sfida: «Tutti murieru cca, ci fu ‘na straggi». E poi comincia a mettere in ordine con le mollette sui fili stesi per far asciugare i panni, prima che un’operatrice lo chiami per farlo rientrare. A vederla da fuori, comunque, non sembra la casa degli orrori. Anche l’ex sindaco di Comiso, oggi presidente della commissione Sanità all’Ars, Pippo Digiacomo, ci mette la mano sul fuoco: «Una struttura dove non si sono mai registrati problemi, una gestione familiare con persone molto professionali e attaccate a questo lavoro. Non ho mai sentito parlare male di loro». Nessun precedente di particolare rilievo nei quasi dieci anni di presenza a Pedalino. Tranne uno: la morte di uno dei pazienti, Emanuele Cutrone, 32 anni, originario di Acate. Alla fine dell’agosto del 2013 andò via dalla “Beautiful Days”. Lo trovarono, cadavere, nell’asse dei servizi di Catania, nei pressi della Plaia. Travolto da un furgone mentre attraversava a piedi la strada. Per quattro giorni rimase una vittima senza nome, fin quando la madre riconobbe lo scorpione tatuato sul suo collo in una foto pubblicata dal nostro giornale, andò all’obitorio del “Garibaldi” e riconobbe il figlio. «Perché nessuno andò a cercare quel picciotto in tutti quei giorni, perché nessuno andò a denunciare che non c’era più? », si chiede un signore al bancone del bar della piazza. Vuole restare anonimo, «chiamatemi ‘u ciazzaruolu (frequentatore della piazza, ndr) », ci suggerisce. Aggiungendo alcune valutazioni in chiaroscuro sulla gestione della struttura: «Prima c’erano un’accompagnatrice che stava appresso a questi quando uscivano di lì, ma da qualche tempo sono rimasti solo tre operatori che si fanno otto ore di turno a testa e poi basta». Ma ci sono dei problemi di convivenza fra la comunità alloggio e gli abitanti di Pedalino? «Certo, queste persone - continua l’uomo - non facevano male a nessuno, ma non è bello che arriva un forestiero e si trova circondato di gente che ti mette le mani addosso per chiederti una sigaretta o ti guarda strano e ti fa i versacci». E poi la butta in politica: «Certo, hanno avuto coperture, per farli venire qui: a sinistra e pure a destra. Perché non la facevano in aperta campagna questa casa per i pazzi? ». Un’ipotesi che però viene definita «impossibile» da un medico, ex dipendente della struttura. «Per legge le comunità alloggio devono sorgere nei centri abitati, perché sono strutture residenziali in cui i pazienti sperimentano l’integrazione». La psicologa definisce «una vera famiglia» la struttura di Pedalino. Dove fino a domenica c’erano 21 persone, tutti con problemi mentali di varia gravità, che provavano a vivere una vita un po’ più normale di quella di altri pazienti rinchiusi nei centri terapeutici riabilitativi, “nipotini” dei manicomi. Un’esistenza che viene scandita anche dai pasti consumati nelle sale da pranzo dei due appartamenti. Cucinati dal personale della comunità alloggio con prodotti comprati dalla sorella del titolare, che fa la spesa come una massaia qualsiasi. «Ritengo di potere escludere che la morte dei due nostri ospiti sia legato a un avvelenamento da cibo: facciamo la spesa settimanalmente, per non lasciare giacenze, da anni nello stesso supermercato», continua a ripetere il presidente della cooperativa, Giovanni Salerno. Ma saranno gli esami sul cibo e sui resti sequestrati a dare una risposta. Così come si aspettano gli esami tossicologici e le autopsie per chiarire se c’entrino qualcosa i medicinali. «Qualcuno degli ospiti quando era fuori si vedeva che era imbottito di psicofarmaci. Chissà che gli davano a quelli lì dentro», ci imbecca un giovane all’ingresso della sala giochi. Ma sembra un’ipotesi più legata alla pancia che alla testa. Così come, al di la dei chiacchiericci di paese, i tre operatori (uno per ogno otto ore di turno) della comunità sarebbero persone senza ombre. «Qualcuno quando si prendeva il caffè - ricordano in piazza - ogni tanto si lamentava degli stipendi in ritardo di mesi e sparlava dei gestori». Ma si tratta di un arretrato “fisiologico”, in strutture i cui flussi di denaro dipendono dalla burocrazia e dalla crisi di liquidità di Regione e Comuni. Riccardo non lo vedranno più, mentre corteggia ogni essere femminile davanti ai suoi occhi giocondi. «Come sta il tuo fidanzato? È morto? Se muore vedi che ci sono io e ci sposiamo», era la sua tipica tecnica di corteggiamento. Agli uomini, invece, riservava le richieste classiche: caffè o sigaretta, magari tutt’e due se andava bene. In cambio di una canzone. Di un passo di twist se era in vena. Gianna era fissata con i capelli. Era il suo grimaldello per scardinare la sindome del brutto anatroccolo. «Sugnu laria, per questo non mi sono sposata», ripeteva alle operatrici. Però, durante quelle passeggiate spensierate nei pomeriggi di primavera, quando vedeva una bella ragazza con un taglio alla moda, gli occhi le s’illuminavano: «Vado dalla parrucchiera e voglio farmeli precisi come ce li ha quella! ». Riccardo e Gianna. Due vite annebbiate. Due storie tormentate. Due persone in cerca di sé. Morte. Entrambe. Dopo aver vomitato le loro anime inquiete. twitter: @MarioBarresi