Il rapporto genitori-figli nell’era digitale: «Troppi mamme e papà demonizzano il mondo dei social e dei videogame»

Di Mariella Caruso / 09 Novembre 2016

«Su tutta la questione della differenza della relazione tra genitori e figli al tempo dei social c’è un equivoco di fondo – attacca Laura Bongiorno, psicologa e psicoterapeuta che opera tra Roma e Catania – Se fino agli anni ’90 non c’era da parte dei genitori la possibilità di controllare i figli se non seguendoli fisicamente, la comparsa dei telefonini prima, e dei social poi, ha permesso un controllo quasi asfissiante. Questo rassicura i genitori, ma comporta dei rischi molto gravi perché agli adolescenti viene impedito di creare lo “spazio protetto” di cui hanno diritto per sperimentarsi».

 

Concedere questi spazi, quindi, è un “dovere” dei genitori?

«Fa parte del ruolo genitoriale. La fissazione del controllo a tutti i costi è un modo per gestire l’ansia. Anche se i genitori sono convinti che controllare i propri figli sia un modo per tenerli al riparo dai pericoli, il risultato ottenuto è spesso opposto. Gli adolescenti, infatti, hanno bisogno di essere ascoltati, non controllati».

 

C’è poco ascolto da parte dei genitori?

«Apparentemente c’è, ma dietro l’ascolto spesso si nasconde l’indagine. Ascoltare significa stare in silenzio, osservarli per capire quali sono le emozioni che passano nella loro testa, noi adulti invece siamo più interessati ad avere il controllo sui fatti piuttosto che sulle emozioni. Invece il disagio di un ragazzo si capisce più dai suoi movimenti, che dai suoi stati di Facebook o dalle sue chat che, sovente, non sono indicative perché vengono usate principalmente come un gioco».

 

 

Perché gli adulti incorrono in questi errori?

«Molti sono lontani da questo mondo, e anziché cercare di avvicinarvisi lo demonizzano. Sono pochi i genitori sinceramente interessati ai videogiochi o ai giochi di ruolo che ci sono anche su Facebook. Sarebbe più utile cercare di capire la realtà nella quale loro si muovono, invece di sostituirsi a loro suggerendogli come rispondere, muoversi, vestirsi. C’è sempre da parte dei genitori quell’idea folle di poter dare consigli perché dall’adolescenza ci sono già passati. Ma non funziona così, perché l’esperienza è personale. In ogni caso in quest’epoca l’ansia degli adulti di gestire qualunque aspetto della vita dei figli è esasperata».

 

I genitori rimproverano ai figli anche di non saper fare a meno dei social nemmeno a tavola. Non servirebbe un momento protetto?

«La verità è che, spesso, anche i genitori non si separano mai dal loro telefonino che continuano a consultare compulsivamente. I figli non imparano da quello che diciamo, ma da quello che facciamo. Poi, mi permetto di far notare, che esiste da entrambe le parti anche un problema di conoscenza delle regole legali legate alla privacy».

 

Cioè?

«I genitori spesso ignorano il diritto alla riservatezza del figlio adolescente, l’adolescente non conosce le regole basilari della responsabilità legale, che ricade su se stesso ed eventualmente sul genitore, che può arrivare ad avere risvolti penali».

 

In questi rientrano i casi di sexting e bullismo digitale. Un genitore come dovrebbe farvi fronte?

«Purtroppo non esistono libretti di istruzioni per salvare i propri figli. Bisognerebbe puntare sulla prevenzione. Di sesso in casa si parla pochissimo, c’è una sorta di deresponsabilizzazione dei genitori convinti che i loro figli siano informati da tv e web. In realtà i ragazzi sanno tutto sulla pornografia e pochissimo sulla sessualità e sulla gestione delle emozioni. Il sesso è intimità, contatto, capacità di tollerare la vergogna. I problemi che nascono dal sexting e dal cyberbullismo sono problemi di vergogna, i ragazzi si vergognano di parlarne ai genitori e i genitori di accettare la cosa perché riportano tutto a una presunta loro incapacità di saper fare i genitori. Questo non vale solo per la vittime del cyberbullismo, ma anche dei bulli che sono ragazzini con problemi di gestione della rabbia».

 

 

Qual è oggi la paura più grande dei genitori?

«Essere tagliati fuori dalla vita dei figli, per questo hanno paura della non inclusione nella loro vita digitale».

 

Vita digitale che trasformano continuamente, invece, proprio nel tentativo di evitare gli adulti: da Facebook a Whatsapp fino a Snapchat…

«Bene così, gli adolescenti non possono mai diventare adulti se non vanno contro».

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Redazione
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