La politica e la piazza

Di Domenico Tempio / 10 Novembre 2014

La tempesta di questi giorni sembra la metafora dell’Italia di oggi. Gli eventi naturali abbattutisi quasi sull’intero Paese fanno da sfondo a ciò che sta accadendo nella politica con allarmanti risvolti sindacali. Nelle piazze è scesa la protesta, in alcuni casi con gravi incidenti. Una umanità variegata: operai senza lavoro, altri in procinto di perderlo, cassintegrati a rischio, pensionati lasciati fermi a 500 euro al mese, statali impauriti per eventuali tagli, precari (e la Sicilia ne è piena) senza futuro, nonché tante altre realtà legate alla crisi del settore commerciale. C’è chi, purtroppo, specula su questo malessere. Dal politico al
sindacalista in cerca di visibilità, al cosiddetto Autonomo nulla facente. Aggravando i problemi di ordine pubblico. Matteo Renzi
commette un peccato di superficialità intimando «guai se il lavoro diventa terreno di scontro». Quando è proprio il lavoro a far stare male gli italiani. Il premier ringrazi i siciliani che, almeno sino adesso, stanno buoni buoni. Altrimenti ci sarebbe la rivoluzione. E se non accade è perché quaggiù la disoccupazione
sembra diventata un mestiere.
Sarà per abitudine alla povertà, sarà per la predisposizione della nostra gente al «fai da te». Dove dentro c’è tutto, il lecito e l’illecito. Quanto detto ci porta a entrare dentro alle vicende di questi giorni. Al centro non c’è solo Renzi, ma tutta la compagnia che lo circonda. I personaggi sono sempre gli stessi, cambia la recita. Un po’ pirandelliana, perché è a soggetto. Secondo le convenienze dell’uno o dell’altro. Al solito si guarda più alla propria roba che a quella della gente. Ognuno spalleggiato da opinionisti che agiscono secondo la cordata della quale fanno
parte. Renzi tutto ciò lo ha capito, il ragazzo non è stupido. E si presta al gioco, magari, poi, per scoppiare con battute al veleno. C’è, però, quando bluffa. Berlusconi non ci vuole stare? E guarda a Grillo. Ma di questo non ha fiducia. Sa come è andata con Bersani. Allora ritenta con l’ex Cavaliere. Che ha i suoi problemi, vedi Fitto, vedi Brunetta.
Tanto per citarne alcuni. Se fosse per l’ex premier abbraccerebbe subito il giovane Matteo. Lo considera una sua copia. Sa del
resto che è la sua unica àncora di salvezza per non finire nel museo della politica dove avversari e amici lo vorrebbero sistemare. La batosta subìta dai suoi stessi azzurri nell’elezione
dei giudici per la Consulta sicuramente gli brucia. Perché evidenzia una leadership appannata.
Non è che Renzi non abbia problemi in casa sua. Vive tra minacce di scissione e trappole. Ma anche lì, come è per Berlusconi, nessuno sa dove poi andare. A sinistra c’è il vuoto e di Beppe Grillo è meglio non fidarsi. Quest’ultimo con i suoi grillini va avanti a colpi di bluff, come quello che a scegliere
il candidato alla Consulta sono stati i «cittadini». Nel web hanno votato solo 15.644. Al pari di una consultazione condominiale.
Matteo Renzi ora spera che questa tempesta, non quella meteorologica, passi al più presto e che le riforme e, soprattutto, la legge elettorale (premio di maggioranza alla lista
e non alla coalizione) vadano in porto. Lo vuole Napolitano, il quale, dicono i bene informati, a fine anno vorrebbe lasciare il
Quirinale. I novant’anni pensa di festeggiarli a casa sua. In piena tranquillità. Quella che non avrà Renzi. Il premier, difatti, non può dimenticare che a eleggere il nuovo capo dello Stato sarà con probabilità lo stesso Parlamento che poco tempo fa aveva bocciato Marini e Prodi, entrambi candidati del Pd. Con il sospetto che allora dietro quella bocciatura ci fosse proprio Renzi. Chi la fa, prima o poi se l’aspetti. I vecchi rottamati e
i loro «figli», giovani turchi che siano, sono sempre in agguato. E la vendetta si serve sempre fredda. Quasi due anni dopo.

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