«La strage di via D’Amelio venne pianificata prima del ‘92»

Di Redazione / 27 Gennaio 2015

PALERMO – La strage di via D’Amelio in cui vennero uccisi il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta sarebbe stata pianificata da Cosa nostra prima del febbraio 1992. La circostanza, inedita e riferita ai pm di Caltanissetta dal neopentito Vito Galatolo, smentirebbe la tesi secondo la quale il magistrato sarebbe stato assassinato perché aveva scoperto l’esistenza di una trattativa tra lo Stato e la mafia, trattativa avviata, per gli inquirenti, dopo la morte del giudice Giovanni Falcone, quindi a maggio del ‘92.   Galatolo, ex capo mandamento dell’Acquasanta, che i pm di Caltanissetta vorrebbero sentire al processo Borsellino quater, racconta che a febbraio-marzo del 1992 venne contattato dal boss palermitano Filippo Graviano, tramite Vittorio Tutino, mafioso sotto processo per la strage Borsellino. A Galatolo Graviano avrebbe detto, senza spiegargliene i motivi, di disfarsi del parcheggio abusivo che gestiva nei pressi di via D’Amelio. E avrebbe aggiunto: “comunque, qualunque cosa accada noi siamo coperti”.

 

La famiglia Graviano, anche grazie al depistaggio dell’indagine che ha portato alla condanna di 7 innocenti, è rimasta fuori dall’inchiesta sull’eccidio per anni, cioè fino al pentimento di Gaspare Spatuzza. Alludeva a questo Filippo Graviano o faceva riferimento a coperture istituzionali?   Galatolo, comunque, racconta di avere seguito, senza fare troppe domande il consiglio di Graviano. Dopo la morte di Borsellino Tutino l’avrebbe incontrato di nuovo e gli avrebbe detto: “ hai capito perché dovevate dare via il parcheggio? io non potevo dirtelo allora”. Il riferimento al parcheggio farebbe pensare che la mafia aveva pianificato l’attentato così come poi venne realizzato ben prima dell’inizio della cosiddetta trattativa.  

 

I pm di Caltanissetta Stefano Luciani e Gabriele Paci hanno chiesto alla Corte d’assise, che celebra il quarto processo per la strage di via D’Amelio, di ascoltare i collaboratori di giustizia Vito Galatolo, Marco Marino e Francesco Raimo. I pentiti dovrebbero riferire proprio sulle presunte confidenze ricevute in carcere dai boss Filippo Graviano e Vittorio Tutino.

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