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“Un’altra grande forza spiegava allora le sue ali, parole che dicevano gli uomini son tutti uguali, e contro ai re e ai tiranni scoppiava nella via” cantavamo con quella rabbia che ci faceva fare a pugni con tutto e tutti, persino con quelle cinghie dello zaino colpevoli di intrecciarsi ai capelli. C’era quella locomotiva davanti ai nostri occhi, quel vapore che sembrava tanto cosa viva da riuscire a condensare la nostra voglia di cambiare il mondo, di far “trionfare la giustizia proletaria”. Poi abbiamo capito che quel treno era passato e che l’avevamo perso tutti, ammettendo inconsapevolmente che la rivoluzione avremmo dovuto farla in altro modo, come un “matto” che pensava:“d’altra parte è assai meglio, dentro questa tragedia, ridersi addosso, non piangere e voltarla in commedia”. Intanto il tempo è continuato a passare, strafottente e volgare, incurante di quel fermo immagine dei 16 anni che non siamo riusciti mai a dimenticare. Tutto scorre, rassegniamoci. Di allora è rimasto poco, gli amici eterni, quelli che con gusto retrò si definiscono ancora valori, principi, passioni, anche se sono termini che un po’ puzzano da politico maneggione o da vecchio trombone. Lui di certo è rimasto, perché Francesco Guccini non è un cantante, o meglio non è mai stato soltanto quello. Al suo “macchinista ferroviere” ho rubato la fiaccola dell’anarchia, che mi accompagnava all’uscita da scuola, mentre alla fermata dell’autobus sognavo un futuro libero ed equo. Gli ho sottratto talmente tanto che dovrei pagargli altri diritti oltre quelli d’autore, una sorta di copyright sentimentale. “Vorrei che gli amici tuoi tutti mi parlassero, come se amici fossimo sempre stati. E lo vorrei perché non sono quando non ci sei e resto solo coi pensieri miei” ho scritto all’uomo di cui mi sono innamorata mio malgrado, ammettendo la resa di fronte a un sentimento che non era messo nel conto e che a forza di soffocarlo, era diventato così presente da togliere il fiato. “Facciamola finita, venite tutti avanti nuovi protagonisti, politici rampanti,venite portaborse, ruffiani e mezze calze, feroci conduttori di trasmissioni false che avete spesso fatto del qualunquismo un arte” ho canticchiato all’amico del cuore, quando si incazzava perché mediocri e poveracci facevano più carriera di lui, che era il più bravo di tutti ma comunque un Cirano senza padrino. E “Ma come vorrei avere i tuoi occhi, spalancati sul mondo come carte assorbenti e le tue risate pulite e piene, quasi senza rimorsi o pentimenti, ma come vorrei avere da guardare ancora tutto come i libri da sfogliare e avere ancora tutto, o quasi tutto, da provare” penso quando guardo il mio “CuloDritto”, mia figlia a cui vorrei insegnare a “volare verso un mondo dove è ancora tutto da fare e dove è ancora tutto, o quasi tutto, da sbagliare”.

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