English Version Translated by Ai
26 marzo 2026 - Aggiornato alle 08:09
×

Il vino bianco del futuro? Il Catarratto. La scommessa di sei produttori per far rinascere il vitigno

Presentata a Catania l'Associazione Regionale del Catarratto Autentico un patto culturale fra sei aziende di famiglia che hanno scelto d riunirsi per dare al vitigno più diffuso di Sicilia una veste contemporanea

12 Giugno 2025, 17:04

Il vino bianco del futuro? Il Catarratto. La scommessa di sei produttori per far rinascere il vitigno

Seguici su

Buttato fuori dalla porta del “vino di qualità” negli anni Ottanta e relegato a componente del Vermouth torinese, il Catarratto si riprende la scena e lo fa nel miglior momento possibile. Adesso. Quando i cambiamenti climatici, e soprattutto il cambiamento dei gusti che vogliono sul mercato vini bianchi, freschi e a gradazione alcolica inferiore, non potevano che far rinascere l’interesse attorno a questo vitigno “bistrattato” e a tratti snobbato rispetto al più onnipresente Grillo.

Eppure il Catarratto - che geneticamente parlando - è la “mamma” del Grillo, è il vitigno più coltivato in Sicilia con i suoi 35mila ettari, vale a dire un terzo della produzione viticola della regione, è una varietà resistente, versatile, “riconoscibile”, e si coltiva da Trapani all’Etna.
Una carta d’identità di grande caratura calata come un “asso” nelle fiere enologiche da sei produttori illuminati che per primi, hanno scommesso sulle magnifiche sorti e progressive di questo vitigno dal futuro luminoso.

Sebastiano Di Bella, Vito Bagliesi, Stefano Caruso, Piero Piazza, Mario Di Lorenzo, Gianfranco Lombardo sono saliti tutti insieme sull’Arca (Associazione regionale del Catarratto autentico) per traghettare il Catarratto verso il successo con l’aiuto del nocchiere-enologo Tonino Guzzo. Il loro “viaggio” è stato al centro di un incontro-degustazione negli spazi di Piazza Scammacca, a Catania, trasformata dai fratelli Vitale in un simposio permanente delle eccellenze agroalimentari siciliane e non solo.

Sebastiano Di Bella presidente dell'Associazione Regionale Catarratto Autentico

«C’è un momento in cui le cose diventano evidenti - ha osserva Sebastiano Di Bella, presidente di Arca - e questo è il momento giusto per il Catarratto. Oggi ci sono tante azioni, tante iniziative, tanti progetti convergenti sulla sua valorizzazione. Ho partecipato di recente a un incontro organizzato sul Catarratto e sono venute fuori tutte una serie di caratteristiche che sono quelle che stiamo promuovendo ormai da due anni. È un’uva che può dare vini contemporanei, moderni, eleganti a patto che venga rispettata nella sua autenticità».

Il salto da gregario a maglia rosa del vitigno più diffuso della Sicilia è ancora lontano, ma Tonino Guzzo ci crede e guarda addirittura Oltralpe: «Stiamo lavorando per farlo diventare maglia gialla - afferma - perché è con i vini bianchi francesi che vogliamo confrontarci. Io ci lavoro da 40 anni anche con risultati importanti, e ricordo che nei primi anni 2000 nei concorsi internazionali, dalle degustazioni alla cieca il Catarratto non usciva come “medagliato” ma come miglior vino del concorso. Ora non ci dobbiamo montare la testa, ma significa che è una varietà che può competere con i migliori vini del mondo. Questo sicuramente ci deve far prendere consapevolezza del potenziale che abbiamo per imparare a sfruttarlo meglio sia in termini di produzione che di comunicazione e mercato».

La presentazione a Catania dell'Associazione Arca

Insomma è il momento della tempesta perfetta o, meglio, dell’arcobaleno perfetto.
Ne è convinta anche la giornalista Veronika Crecelius, “sacerdotessa” del Catarratto: «Per me è stata quasi come un’apparizione - ricorda ieratica - lo assaggiai ormai quasi 20 anni fa a un “Sicilia en primeur” e fu veramente sorprendente. Adesso c’è molta più attenzione sul Catarratto perché il mercato chiede novità e questo vitigno ha tutte le caratteristiche al momento sulla cresta dell’onda: gusto, sapidità, acidità, eleganza, grado alcolico moderato, è perfetto per il mercato contemporaneo, ci dovete credere».