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Alberto Iacono, un siciliano "doc" di Borgogna, porta nell'Isola una grande festa internazionale del vino

Il vulcanico ristoratore di Beaune: "Il mio vitigno preferito è il nerello mascalese, ma i vini dell'Etna devono farsi conoscere di più"

Di Carmen Greco

«Mi ricorderò sempre quando con mio padre prendevo il traghetto a Villa San Giovanni dopo aver attraversato tutta l’Italia. Una volta arrivati a Messina, mio papà si inginocchiava e baciava la terra».
È forse in virtù di questo ricordo che Alberto Iacono, vulcanico ristoratore di Borgogna, ha scelto la Sicilia per organizzare una grande festa collettiva fra produttori e ristoratori a Castellammare del Golfo. In realtà la decisione è nata da un incontro a Beaune (una delle capitali europee del vino), con il sindaco di Castellammare, Nicolò Rizzo. «È venuto nel mio ristorante in occasione dell’edizione 2020  della festa - parla a raffica Alberto Iacono in un italiano “accentato” alla francese e venato di siciliano - e quando ha visto centinaia di produttori, ristoratori, giornalisti italo-francesi, si è innamorato del progetto. Mi ha detto “Alberto, questa cosa la dobbiamo organizzare in Sicilia”». 

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Dal 25 al 28 aprile, quindi, circa 1.500 persone (delle quali un terzo provenienti dalla Borgogna) si ritroveranno proprio a Castellammare del Golfo per degustare vini, piatti di grandi chef italiani e francesi (uno su tutti Ciccio Sultano), in una parola per “conoscersi”, scambiare conoscenze, saperi, modi di vivere. 

Collante di questo mix di relazioni internazionali un elemento chiave: la curiosità di Albero Iacono, 55 anni, patron di tre ristoranti in Francia, nato a Montreal, cittadino del mondo ma siciliano doc nell’anima. Imprenditore di successo, ha sempre vissuto nel mondo della ristorazione (come i suoi due fratelli Nunzio e Giuseppe, quest’ultimo “stellato Michelin) figli di un papà, Salvatore, emigrato in Canada negli Anni Sessanta e simbolo di quella Sicilia “affamata” che cercava altrove pane e realizzazione. Papà Salvatore, partito per lavorare oltreoceano come saldatore di tubi, era un uomo intraprendente. «Ha iniziato a consegnare le pizze - ricorda Iacono con un filo d’emozione - e dopo due anni si è comprato la pizzeria per la quale lavorava. Cosa mi ha lasciato? Posso dirlo? I coglioni. Era un siciliano doc, sarebbe orgoglioso di sapere che proprio in Sicilia organizziamo questa grande festa internazionale. Da lassù, sono sicuro che si metterà a piangere dalla felicità».


L’iniziativa si chiama “San Vincenzo dell’Amarone”, dal nome del patrono dei vignaioli in Francia e del ristorante di Alberto Iacono a Beaune (L’Amarone). «L’ho chiamato così perché ho creato in Francia il campionato nazionale della pizza - spiega - e quando poi ho partecipato come uno dei 28 giudici alle Olimpiadi della pizza, uno di loro ci fece degustare una bottiglia d’Amarone. Quel vino mi ha folgorato e ho deciso di chiamare così il mio ristorante».


Cavaliere del Tartufo bianco d’Alba e cavaliere del Vino, Alberto Iacono, quattro figli e una grande capacità di coinvolgimento in tutto ciò che fa, racconta le origini della “festa”, quest’anno per la prima volta “in trasferta” fuori dal suo ristorante. «Ogni anno in Borgogna, alla fine di gennaio si organizzano tour itineranti nelle cantine con la possibilità di degustare i vini gratuitamente. Un giorno ci siamo ritrovati nel mio ristorante con dei produttori piemontesi e francesi. Abbiamo fatto le quattro di mattina a stappare bottiglie e inevitabilmente si è creata un’atmosfera di competizione. A quel punto mi è venuta l’idea: io ho proposto di raccogliere un centinaio di clienti offrendo il cibo, loro avrebbero dovuto fornire il vino, 5 produttori di Borgogna e 5 piemontesi. I partecipanti avrebbero poi degustato alla cieca e votato i vini migliori. La degustazione poi non c’è stata ma da lì è partita la “Festa”, era il 2009. Negli anni si è allargata sempre di più con l’ingresso di produttori veneti, friulani, toscani. Per l’ultima edizione ho affittato il Palazzo dei congressi di Beaune per accogliere 3.500 persone».

La “San Vincenzo dell’Amarone” è diventata oggi un evento “trend topic” nel mondo dei vino. «Abbiamo già noleggiato due aerei per portare in Sicilia un sacco di persone - dice Iacono con un pizzico d’orgoglio». Andato via di casa a 15 anni, Alberto Iacono ha vissuto in Canada, Svizzera e Francia. Non è un cuoco, anche se lo ha fatto, non è un produttore di vino, si definisce “un appassionato che ama conoscere le cose fino in fondo”. «Oggi posso discutere alla pari con chef stellati, almeno teoricamente - afferma - e lo stesso posso dire per i produttori di vino. Ho messo le mani in pasta per fare le tagliatelle e raccolto l’uva con i vignaioli per capire cosa c’è in una bottiglia di vino, conosco grandi personaggi che gravitano in questo mondo, spesso ci ritroviamo insieme a condividere opinioni e pensieri attorno ad un tavolo».


Sulla Sicilia del vino ha le idee chiare. «Non capisco perché non sia più conosciuta - si stupisce - Ho conosciuto Aldo Viola un produttore di Alcamo, sembra un uomo delle foreste, ma quando ti parla di vino è un poeta. Perché uno come lui non è conosciuto a livello mondiale? In Borgogna sarebbe già famoso». A San Michele di Ganzaria torna periodicamente, a trovare la zia, i cugini, «mio papà mi ha lasciato una casetta», un luogo del cuore al di là delle relazioni familiari.

Inutile dire che della Sicilia enologica è un entusiasta testimonial. Il suo vitigno preferito è il Nerello Mascalese «una varietà eccezionale - sostiene  -  che sta diventando sempre più di moda. Oggi i produttori siciliani hanno capito come valorizzarlo e hanno compreso anche l’importanza fra l’uva e la terra. L’Etna è un luogo speciale, il vulcano blocca le nuvole, piove di più con un clima temperato, c’è tutto quello di cui un vino ha bisogno a livello mondiale. Eppure i vini dell’Etna sono sconosciuti, vuol dire che c’è un problema, tanto più che non costano niente in confronto a quanto si pagano in Francia. Attenzione, non voglio dire che debbano costare di più, anzi, dico che il livello qualità-prezzo non ha paragoni in Europa. Quello che ci manca è farlo sapere agli altri, comunicarlo. La gente quando vede una lista dei vini con bottiglie siciliane, non deve aver paura di ordinarle, deve provarle e saperle apprezzare. È una questione di conoscenza. Ricordo circa 20 anni fa a Nizza, dove lavoravo come maître d’hotel una cena con tanti “dottori” - all’epoca quando te la cavavi bene nella vita diventati “dottore” a prescindere (ride ndr) - e mio padre si era raccomandato di far bere del vino di qualità a questi signori. Io ero giovane, corsi a comprare bottiglie costosissime fra le 60 e le 100mila lire a bottiglia. Mi misi lì a presentare le bottiglie a raccontare la storia di quei vini quando vidi che loro versavano il vino nel bicchiere e ci mettevano il limone! (ride ndr). Questo per dire che dobbiamo far conoscere i vini siciliani».

Quando parla della Sicilia Alberto Iacono usa i pronomi “io” e “noi”. «Qui a Beaune, tutti mi dicono che sono italiano, in particolare siciliano, anche se non sono nato in Italia. Il sindaco di Castellammare del Golfo mi ha detto che sono “più siciliano dei siciliani”, e per me questo è il complimento più grande che mi poteva fare...».

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