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Da Catania parte la sfida: «Pride è sempre, il movimento è ormai adulto»

Convegno Arcigay. A 30 anni dalla prima manifestazione spazi oltre la “normalità”

Di Pinella Leocata |

I Pride hanno cambiato la cultura del nostro Paese, la società e la percezione dell’omosessualità e lo hanno fatto attraverso un lungo processo possibile grazie all’assunzione di responsabilità del movimento Lgbtqia+ che si è posto come “comunità educante”. Temi complessi di cui si è discusso nel convegno nazionale tenutosi a Catania, promosso da Arcigay e ospitato dal dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’ateneo. Un riconoscimento istituzionale dell’importanza del movimento e della sua storia.

Il movimento Lgbtqia+ considera il Pride uno strumento di lotta fondamentale, anche se molto è cambiato dal primo appuntamento tenutosi a Roma il 2 luglio 1994 quando, in un clima di paura segnato dall’Aids, a sfilare per le vie della capitale furono oltre 10.000 persone. Una partecipazione inaspettata tanto quanto il milione di partecipanti al Pride del 2000.

I trent’anni di lotta

«In trent’anni di lotta – sottolinea la presidente nazionale dell’Arcigay Natascia Maesi – abbiamo normalizzato l’omosessualità, siamo riusciti a fare capire che siamo persone e famiglie come le altre, ed è passato il messaggio forte che l’unica vera malattia – “la piaga insopportabile”, come l’ha definita Mattarella – non è l’omosessualità, che secondo l’Oms è una variante del comportamento umano, ma l’omofobia e la transfobia».Prima, raccontano i relatori – Mario Colamarino, Cristina Leo, Luigi Carollo, Paolo Patanè, Pina Bonanno, Francesco Lepore e Vera Navarria – gli omosessuali erano costretti a nascondersi, ora vivono alla luce del sole. E il movimento non è più, come nel passato, solo la rivendicazione del diritto di esistere, ma anche una ribellione nei confronti delle ingiustizie sociali e delle disuguaglianze di genere, di etnia, di classe. «È diventato un movimento intersezionale – sottolinea Natascia Maesi -. Ed è sempre più uno spazio politico di denuncia della violenza sistemica e patriarcale. Le nostre lotte si sono ampliate ed includono quelle ambientaliste, antispeciste, anticapitaliste, antirazziste e per la pace. Prima parlavamo solo di libertà e di uguaglianza, ora di liberazione e di equità e il nostro orizzonte più ampio è la liberazione dalle gabbie del patriarcato. Se prima avevamo il bisogno di mostrarci come persone e famiglie normali, oggi abbiamo il coraggio di rifiutare il paradigma della normalità e di opporci ai modelli familisti. Il nostro orizzonte, con Michela Murgia, è quello della famiglia queer, quello che include tutte le relazioni basate sull’affettività. Non solo. Oggi i Pride – che sono un’onda che pervade tutto il Paese, basti pensare che quest’anno sono stati più di 55 – hanno un modo diverso di rapportarsi con la politica e con le istituzioni. Oggi lottiamo contro i movimenti antigender e antiabortisti e il tema centrale è quello della lotta alla transfobia istituzionale. Noi sogniamo un mondo aperto, plurale, accogliente e il nostro vero potere è l’orgoglio di un’intera comunità. Perché il Pride è una festa, ma anche un unico corpo politico che fa irruzione nella storia che non ci prevedeva. Il suo potere è affermare il nostro diritto alla felicità, non come diritto privato, ma come rivendicazione politica».

Pride tutti i giorni

Di qui l’importanza della memoria intesa come pratica di resistenza quotidiana. «Il Pride è tutti i giorni o non è niente. Tutti i giorni dobbiamo ricordare che esistiamo, che ci siamo, e che non abbiamo gli stessi diritti di cittadinanza delle altre persone». Di qui il ricordo dei moti fondativi di Stonewall, in Usa, quando il 28 giugno 1969 gli omosessuali che frequentavano il locale gay si ribellarono all’ennesima irruzione della polizia e all’arresto perché indossavano meno di tre capi di vestiario coerenti con il loro genere. Di qui il ricordo delle varie tappe dei Pride e l’avvertenza, lanciata da Paolo Patanè, di non farsi narcotizzare da conquiste pure importanti come le unioni civili, espressione di rivendicazioni costruite sul possibile, mentre il nuovo orizzonte è quello della rivendicazione egualitaria in senso pieno.COPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA

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