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La guerra tra Cappello e Mazzei

L’agguato per vendicare l’omicidio del boss

Quattro cappellotti rischiano una pesante condanna per il duplice delitto di Mario Fazio e Giovanni Sebastiano Desi, commesso nel 1997. 

Di Laura Distefano |

Catania degli anni Novanta come la Chicago anni Venti. È l’epoca dei 100 morti ammazzati all’anno. Di una città dove imperversano le guerre di mafia, con omicidi e sparatorie che si ripetono a un ritmo forsennato. Un processo, in corso al Palazzo di piazza Verga, ci riporta in quel periodo di “piombo e sangue”. 

Massimiliano Bonaccorsi, il 23 gennaio 1997, è freddato da alcuni killer all’interno di una sala da barba di via Poulet, nel rione Passareddu. Il boss dei “carateddi” è ucciso nella sua roccaforte a San Cristoforo. Un segnale forte quello che i rivali vogliono mandare. Anzi fortissimo. I Bonaccorsi  hanno stretto un’alleanza strettissima – tanto da identificarsi come un’unica famiglia mafiosa – con i Cappello. Non dimentichiamo che Turi Cappello, il capoclan, è catturato a Napoli proprio con Ignazio Bonaccorsi, fratello maggiore di Massimiliano. Ed è infatti il piccolo dei fratelli maschi dopo che Ignazio e anche Concetto (oggi collaboratore di giustizia) finiscono dietro le sbarre a prendere le redini della “cosca”. Un criminale carismatico. In epoche recenti diventa il “mito” da seguire del nipote Sebastiano Lo Giudice, ergastolano al 41 bis da ormai oltre dieci anni. 

Ma torniamo all’agguato del 1997. I “carateddi” meditano vendetta. E puntualmente arriva. Esattamente il 29 novembre 1997. In “famiglia” sono convinti che uno dei sicari sia Antonio Mario Fazio, ritenuto uomo dei Mazzei. Ed è lui il bersaglio dei sicari che lo uccidono a pistolettate in via Belfiore, il fortino dei “carcagnusi”.  La vittima non è da sola: i killer non risparmiano nemmeno il suo accompagnatore Giovanni Sebastiano Desi. I poliziotti trovano all’altezza del civico 6 i due cadaveri, Fazio colpito alle spalle e al capo, Desi solo da un proiettile.  Il duplice delitto per decenni rimane nel cassetto dei casi irrisolti. Ma con le rivelazioni di cinque  collaboratori di giustizia (tutti provenienti dalle file dei Cappello)  piano piano il puzzle si riempie. E così arrivano a processo Antonio Bonaccorsi, Silvestro Indelicato, Francesco Spampinato e Tommaso Tropea. Per i pm Antonella Barrera e Fabio Saponara sono loro i componenti del commando armato che agisce al “traforo”. Per loro la richiesta di pena al gup, visto lo sconto dell’abbreviato, è 30 anni.  Il primo a “cantare”, appena un anno dopo l’agguato,  è Antonino Musumeci che però decide di uscire dal programma di protezione dopo qualche tempo. L’ex pentito racconta che Indelicato prima gli commissiona l’omicidio, ma poi lo avrebbe avvertito che tutto sarebbe stato fatto  da Spampinato.  

Nel 2003 ci sono i racconti di Agatino Litrico che punta il dito su Antonio Bonaccorsi e gli altri tre imputati. Avrebbe avuto la soffiata da “tre persone diverse”. «Hanno ammazzato a questo Fazio perché questo aveva ucciso a Massimiliano Bonaccorsi nella sala da barba», si legge nei verbali citati dai sostituti procuratori nella requisitoria.    

Il quadro inizia a farsi ancora più chiaro nel 2009, quando comincia a collaborare con la giustizia Vincenzo Fiorentino, uno dei più spietati killer dei Carateddi. Il pentito conferma il movente e offre nuovi dettagli che sarebbero emersi durante riunioni in cui si discute di vendicare l’uccisione del boss. Fiorentino fa i nomi di Antonio Bonaccorsi e di Silvestro Indelicato come “autori” dell’uccisione di Fazio ed è anche capace di dare notizie precise sulle armi usate dal gruppo di fuoco: una calibro 7,65 e una 9×21. Non un caso, visto che quest’ultima è la pistola usata solitamente da Massimiliano Bonaccorsi.  Gaetano D’Aquino, altro cappelloto pentito, nel 2010 pronuncia gli stessi quattro nomi “come responsabili” del duplice omicidio di via Belfiore. I Mazzei sono colpiti   nella propria casa dove ancora oggi abitano la moglie di Santo Mazzei, i figli e i nipoti.  Il collaboratore ripercorre anche l’organizzazione dell’agguato: «Si sapeva  che questo ragazzo Mario spesso scendeva al Traforo, dalla famiglia dei parenti di Sebastiano Mazzei, quindi… si fece la staffetta» L’ex boss fornisce anche una descrizione dell’altra vittima: «Desi era colui che diciamo scortava, faceva una sorta di vedetta a questo ragazzo Fazio, però non era coinvolto al cento per cento il Desi all’interno del clan Mazzei». Uno dei tanti innocenti della "mattanza". 

Il passo decisivo per risolvere il duplice delitto però arriva nel 2018 con le dichiarazioni di Salvuccio Bonaccorsi (nipote della vittima e figlio del pentito Concetto). All’epoca il collaboratore frequenta le medie ma molte volte sente parlare dell’uccisione di Mario zip (sarebbe il nomignolo della vittima). La ragione è sempre la vendetta.  «Fu ucciso propositamente per lui (lo zio Massimiliano) e a Mario zip gli fu fatto il segno dei professionisti in fronte» racconta Salvuccio Bonaccorsi. Il segno in fronte è il classico colpo di grazia alla testa.  Nemmeno i legami familiari fermano le dichiarazioni del giovane collaboratore: «Questo fu il primo omicidio a cui prese parte mio zio Antonio». 

I verbali si incastrano tra loro e arrivano i riscontri anche dalle testimonianze oculari e dalle indagini della polizia giudiziaria. «Nessuna discrasia vi è tra le dichiarazioni dei collaboratori, bensì solo una maggiore o minore conoscenza dei fatti . Anzi vi è invece una doverosa scelta prudenziale  – aggiungono i pm nella requisitoria -dell’ufficio di procura sin dal 2007 di imputare il delitto solo a soggetti nei confronti dei quali vi siano plurime e convergenti accuse. E solo quando dette accuse -aggiungono –  siano state raccolte e riscontrate».

Per la procura non ci sono dubbi: Bonaccorsi, Indelicato, Spampinato e Tropea sono i killer di Fazio e Desi. COPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA