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Catania

«Catania, attenta alla zona grigia», il saluto (e i consigli) del capo della Mobile Marco Basile

Da oggi a Palermo, l’ormai ex capo della Mobile etnea lascia il posto ad Antonio Sfameni: «È bravissimo, non ha bisogno dei miei consigli»

Di Concetto Mannisi

Se questo è il periodo dei bilanci, per Marco Basile - capo della squadra mobile di Catania - è anche il momento dei saluti. Da questa mattina, infatti, il suo nuovo ufficio sarà più o meno a duecento chilometri a nordovest. A Palermo, per la precisione, dove assumerà il comando della Mobile palermitana. Al suo posto siederà, invece, Antonio Sfameni, palermitano di nascita come l’attuale questore Vito Calvino e con esperienze alla guida delle Mobili di Messina e Trieste.

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«Un collega molto preparato - lo presenta Basile - che conosce bene il mestiere. Consigli da dargli? Nessuno. Forse è lui che può darli a me».

In due anni e mezzo, però, lei di Catania ha appreso molto.

«E’ una città particolare, in cui occorre mantenere sempre alta l’attenzione. C’è la criminalità organizzata, certo. Ma c’è anche quella zona grigia che non necessariamente deve fare affari con la mafia e che comunque condiziona negativamente lo sviluppo di questo territorio».

«Anche su questo fenomeno  - sottolinea Basile - abbiamo lavorato con profitto. Di attività in cantiere ce ne sono diverse, spero che al più presto se ne possano raccogliere i frutti».

«E a tal proposito - prosegue - permettetemi di ringraziare pubblicamente tutta la squadra mobile di Catania. E’ un ufficio in cui lavora gente capace, di altissima professionalità e in cui tutti si sostengono l’un l’altro. Mai viste frizioni fra le diverse sezioni e su ogni indagine, che riguardasse la pubblica amministrazione o la criminalità organizzata, il personale si è sempre gettato di slancio, facendo segnare punti di assoluto rilievo».

«Una parola a parte - quasi si inorgoglisce - vorrei comunque spenderla per i Falchi. Pensavo fossero una realtà napoletana, poi ho scoperto che sono nati proprio alle falde dell’Etna. Rappresentano un fiore all’occhiello della squadra mobile e il loro contributo nella partita contro la microcriminalità è sempre di altissimo spessore».
Però negli ultimi tempi avete dovuto modificare un po’ il vostro approccio investigativo.

«Diciamo che abbiamo dovuto approcciarci a nuovi filoni investigativi. E ciò grazie alle direttive del procuratore Carmelo Zuccaro, col quale si è instaurato un rapporto proficuo. Mi ha fatto sentire realmente parte della sua squadra e mi ha dato spazio: i risultati sono arrivati e arriveranno. Voglio ringraziarlo pubblicamente, aggiungendo un passaggio in merito. Chi, come me, viene da Napoli, è convinto di avere visto tutto. Non è vero. Qui c’è una polizia giudiziaria di altissimo livello e chi fa bene qui può insegnare la polizia giudiziaria dappertutto».

La sensazione è che ci sia un minimo di rammarico perché non potrà godere dei frutti del suo lavoro a Catania.

«L’importante è che ne possa godere il personale della Mobile. Che è quello che su queste attività sta lavorando con impegno e che meriterebbe tanto di più in termini di rinforzi. Dalle risorse umane ai mezzi. Confermo, ci sono svariate indagini di una certa rilevanza in corso, anche al di là del contrasto alla criminalità organizzata, ai Cappello, ai cursoti milanesi.... E stiamo seguendo dei profili di un certo interesse».

A proposito di mafia, qual è la sua personalissima fotografia per quel che riguarda il fenomeno a Catania?

«C’è una chiara tendenza all’inabissamento, uno studiato “prendere le distanze” da quelle forme di violenza che provocano allarme sociale e la reazione dello Stato. Anche le stesse richieste estorsive sono sempre più negoziate e concordate, con conseguente difficoltà da parte nostra in chiave investigativa. Mancando, infatti, i cosiddetti “reati spia” - danneggiamenti, minacce e via discorrendo - diventa difficile per noi individuare l’attività illecita. Ma non per questo ci tiriamo indietro. Anzi, risultati di rilievo ne abbiamo riportati anche nel campo dell’antiracket».

Catania è davvero come Napoli?

«Ci sono tantissime similitudini ma ogni realtà ha le sue peculiarità. Anche per quel che riguarda le dinamiche della criminalità organizzata».

Che sono ben distanti, invece, da quelle della criminalità organizzata palermitana.

«Così si dice. Ma prima di esprimere un parere in merito voglio studiare quel fenomeno».

Può chiedere informazioni al questore Calvino....

«Ci sentiamo spesso e mi sa, vista la nuova destinazione, che continueremo a farlo. E’ il minimo, a questo punto, chiedergli qualche consiglio».

Dica la verità, come ha preso questo trasferimento dall’altra parte dell’Isola?

«E’ una designazione che fa tremare le gambe ma che mi inorgoglisce. La squadra mobile di Palermo rappresenta una realtà importante e io spero di poter offrire il mio contributo».

Le tocca ricominciare a “studiare” e, ancora una volta, da straniero.

«Non mi spaventa, perché lavorare in un posto in cui si è cresciuti garantisce dei vantaggi ma anche degli svantaggi. In  questo caso, partendo da una tabula rasa, i primi tempi mi toccherà acquisire notizie su notizie ma poi sarà più facile entrare nella realtà della città».

Accantoniamo per un attimo il lavoro: cosa porta con sé da Catania? E qual è il “luogo del cuore” che lascia?

«Porto via l’amicizia e la simpatia di alcune persone, mentre da buon napoletano non posso non sottolineare la bellezza del lungomare, della scogliera, da piazza Europa fino ad Acireale».

«Però - conclude - da motociclista vorrei accendere i riflettori su una zona di cui non sempre si parla: i percorsi che portano sull’Etna e che poi riportano a valle. Ci sono andato tantissime volte e in condizioni spesso diverse: il paesaggio lunare con la lava e i crateri, la neve, la neve annerita dalla cenere dell’Etna.... E poi l’incanto della discesa, con la costa incantevole che si vede, Taormina, Zafferana.... Questo è un tesoro di cui la natura vi ha donato: abbiatene cura». 

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