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Catania

A Catania muore il Piccolo Teatro: l'appello per salvarlo

Il regista, attore e autore Gianni Salvo sfrattato dalla storica sala di via Ciccaglione con la casa ipotecata, in battaglia con le banche e a caccia di sponsor

Di Carmelita Celi

«La Sicilia secondo me? È la vita. Dal punto di vista emotivo, geografico, architettonico. Oggi vedo una Sicilia svuotata, si muove per le strade come un fantasma, ha scoperto non lo strappo nel cielo di carta ma l’assoluta mancanza del cielo di carta». Pirandello, giusto per restare a casa e nel mondo. Siciliano apolide, l’Uomo del Càvusu, come Gianni Salvo, regista, attore, mimo, maestro.  È un Crotone sommesso e testardo che fa della dedizione una forma di coerenza universale: per tutta la sua esistenza (ha fatto quattro volte vent’anni) non ha smesso di riattaccare i petali al fiore della storia del teatro e della poesia. E quando lo spazio della vita dimora in quello dell’arte, non può esistere altro modo di respirare. Lo spazio negato si chiama Piccolo Teatro di Catania, agorà irripetuta e irripetibile di pensiero, politica, letteratura, sberleffo al potere. Gioco a far sul serio per grandi e piccini, gli allestimenti di teatro (musicale e non) per ragazzi e bambini non si contano nel tempo. Il Piccolo di Catania a Catania è stato e doveva continuare ad essere alternativa e l’alternativa ai Martoglio d’ordinanza, ai Pirandello d’elezione, agli Shakespeare per vocazione. Non ora, non qui. Ci rifiutiamo di dire “non più” anche se i fatti, non nuovi giacché si parla del 2015, contemplano la parola “sfratto”.

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Che lei, Gianni Salvo, traduce in “necrologio”…
«Inutile usare eufemismi, il Piccolo Teatro di Catania è morto. Con il proprietario dell’immobile di via Ciccaglione dal 1980 c’è stato un rapporto di pacifica militanza nel segno della puntualità dei pagamenti. Poi, per le note difficoltà in cui versa il teatro e la cultura tout court, le mensilità si sono accumulate e, sette anni fa, alla morte di Luisa, la situazione è precipitata. I tempi d’attesa erano troppo lunghi per il proprietario che, non avendo un rientro economico con lo sfratto, riprese l’immobile con tutto quanto vi era dentro (dalla porzione architettonica alle attrezzature elettriche) per cederlo in affitto al Teatro della Città di Orazio Torrisi. E ad una cifra decisamente inferiore alla precedente. Mi si assicurò, tuttavia, che il Piccolo (oggi Piccolo Teatro della Città, ndr) avrebbe continuato ad ospitare “tutti i miei spettacoli cult”. Poteva essere un cerotto al mio dolore lacerante ma non è mai accaduto. Penso, per esempio, agli infiniti “impedimenta dirimentia” hanno congelato il mio “Karl Valentin” previsto dal Teatro Brancati. Si aprirono abissi economici nonostante in 50 anni avessi camminato con regolarità di retribuzione ad attori e collaboratori e ci sono stati tempi “d’oro” in cui ho goduto d’ottimi contributi ministeriali come per “Zaira” di Voltaire, en pendant con il Teatro Bellini che nel frattempo ne allestiva l’opera omonima al Festival belliniano. Dal 2015 le banche non mi garantirono più i soldi che mi anticipavano su decreto ministeriale o d’assessorato. Adesso, però, il necrologio si è dilatato».

 

 

Cioè?
«La casa in cui vivo, unica garanzia per le banche, è completamente ipotecata. In ogni stanza tengo una o due valigie in cui riporre quel libro, quella camicia, quel paio di scarpe da portar via quando dovrò lasciare. Un promemoria per non essere impreparato».

Nel frattempo, una paladina instancabile di cultura e civiltà, incredibile highlander di proposte e di risorse intellettive e intellettuali, l’avvocato Lina Arena, ha deciso di salvare la sua storia.
«Ha chiesto all’Università di Catania d’acquisire la casa in via Finocchiaro Aprile e di farne una sorta di “museo diffuso”. E sta muovendo i media ed ogni sorta di realtà perché le banche da creditrici si mutino in sponsor. Intanto c’è stata già un’asta sulla casa: è andata deserta ma i tempi sono strettissimi».

Da parte nostra, sappiamo per certo che la risposta dell’ateneo catanese (la sezione storico-artistica del Disum, in testa) è stata pronta e densa di ragione e sensibilità: la questione sarà sicuramente presa in considerazione alla ripresa delle attività, in autunno, e si prevede un’interlocuzione con lo stesso regista. Intanto, come Diogene di Sinope, Gianni Salvo vive in quell’immensa piccola botte di pensiero, arte, talento. E l’unico modo di “mantenere” un artista è farglielo fare. Lasciatemi divertire, diceva il suo adorato (e frequentato) Palazzeschi. Lasciatelo lavorare, diciamo noi.

Succede, Salvo?
«A risollevarmi per primo è stato l’Inda di Siracusa, affidandomi la docenza alla Scuola di teatro per il triennio dal 2015. Esperienza strepitosa, allievi strepitosi, andavo a far lezione persino la domenica e con gioia offrivo loro la colazione. Di nuovo a Siracusa arrivò “Ifigenia” con la regia di Tiezzi e, subito dopo, la grande occasione offertami da Marco Baliani, regista di “Sette contro Tebe” che disegnò un ruolo fuori copione apposta per me».

Catania e Palermo? Una voce poco fa?
«Nel riassetto del Teatro Stabile di Catania è prevista la scuola di recitazione e ne ho già fatto cenno al direttore artistico, Luca De Fusco, a favore di una materia che prediligo: improvvisazione. La stessa che proposi al Biondo di Palermo dove ebbi anche un incontro prima che il Covid fermasse tutto».

E il Massimo Teatro di Catania, il Bellini, può essere un interlocutore di pregio, no?
«Non so rispondere ma non dimentico l’idea proposta a Piero Rattalino, anni fa, su un percorso sull’opera buffa, da Paisiello in avanti: un cammino ricco di suggestioni che non si fermi al singolo spettacolo tra copione e divisione di ruoli. Credo che la forza di chi fa teatro stia nell’unità di più voci che è ciò che restituisce un’identità».

Aspettando qualcuno o qualcosa tanto atteso ma tanto più attendibile di Godot, c’è un ideale - e reale! - quaderno di progetti che risollevino lo spirito oltre che la tasca?
«Ne accarezzo uno da tempo su Empedocle che parta per l’appunto dai 4 elementi. E per questo occorrerebbero un drammaturgo e specialmente attori che fossero prima di tutto ballerini con cui risalire, rielaborandola, la grande corrente dei Balletti Russi».

Roberto Zappalà, coreografo indomito e proteiforme, potrebbe essere “the real thing”, come si dice.
«Magari!». 

E…?
«Penso al “Carnevale dei morti” da Pirandello. Lo immagino collocato in una sezione della Chiesa di San Nicolò, una serie di scheletri da “vestire” mutandoli in personaggi: Ciampa…».

Impossibile dimenticare “I sette peccati capitali” di Brecht-Weill al Piccolo Teatro di Catania. La Sicilia quanti ne ha? Di peccati, intendo.
«Mah. Forse non la merito o non mi merita».

Eppure le parve redimibile se qui decise di restare, tanti anni fa, invece di scegliere Milano e “l’altro” Piccolo.
«Ebbene, ho consacrato il più grande errore della mia vita: pensavo di trovarmi a Berlino, a Parigi o in un’altra città in cui ci fosse spazio per tutti sul piano operativo. Mario Giusti mi capì all’istante».

In che senso?
«Pur scegliendo un percorso totalmente diverso, il “teatro mediterraneo” (ma con grande attenzione e sapienti rivisitazioni, eh!) mi seguiva a teatro, mi invitava al Musco e mi metteva in guardia dai grossi rischi economici del mio progetto. Epperò concepiva la pacifica convivenza delle diversità culturali ed artistiche».

La prima frase ai suoi allievi al primo giorno di corso?
«Sono qui perché mi si dice che in quest’aula si può giocare. Vorrei avere conferma da voi: se siete disposti a farlo, verbalmente e non solo, proveremo a diventare veri compagni di gioco».
L’ultima, prima del diploma?
«Avrei preferito che non fosse mai finito».
Anche noi. Molti di noi.
 

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