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Catania

Ardita: "L'individualismo è frutto della grave crisi culturale che sta attraversando la città"

Prosegue il dibattito innescato dall'editoriale del nostro direttore Antonello PIraneo sul "primato di Catania". Il magistrato: "Il fenomeno non riguarda solo questa città, ma qui regole e ordine valgono solo per gli altri"

Di Giuseppe Bonaccorsi

Catania cos’è diventata? Bisogna forse  guardarsi dentro e guardare allo stesso tempo  dentro una città che ha una parte dei cittadini    con una spiccata predisposizione  a non rispettare qualsivoglia  regola e che nutrono, inoltre,  un profondo disinteresse  verso la comunità. Una città abitata da cittadini  che si vantano d’avere uno spiccato senso d’impunità che viene interpretata come “spittizza” nel superare ogni ostacolo, magari senza curarsi di calpestare chi sta accanto. Catania è solo questa? E’ quella che suona la cetra mentre la città brucia o che, in tempo di Covid,  non rinuncia a banchetti e bollicine e si compiace di essere prima delle ultime, è quella, non certo meno impietosa, raffigurata alcuni giorni fa nel fondo di prima pagina del direttore Antonello Piraneo o è anche  una metropoli che ha uno spiccato dinamismo capace di poterla riportare fuori dal fango?   Ne abbiamo parlato col magistrato Sebastiano Ardita, catanese doc e conoscitore e studioso della città dai lati  oscuri e criminali, oggi componente del Csm e sino al 2017 procuratore aggiunto della Procura etnea.

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Dottore Ardita la pandemia ha fatto riaffiorare  un nervo non troppo nascosto di una città  che è intollerante a tutte le regole, anche  quelle sanitarie e continua a vivere con profonda indolenza e strafottenza la propria vita senza curarsi  degli altri e dei ripetuti appelli.

«Non credo -ha esordito il magistrato -  sia un problema che riguardi solo Catania, ma sicuramente qui il fenomeno ha attecchito parecchio. Le cause di questo atteggiamento sono profonde, si tratta di manifestazioni di superficie di un malessere più nascosto.  Indolenza e refrattarietà alle regole sono la conseguenza di una perdita di fiducia nelle azioni collettive. Dove finisca l’egoismo individuale e dove inizi la mancanza di cultura è difficile dirlo. Catania è una delle città più reazionarie d’Italia, dove sulla carta regole e ordine dovrebbero farla da padrone, ma evidentemente queste pretese valgono solo sugli altri e non per se stessi».

Purtroppo, tra gli oltre 200mila non vaccinati  ci sono sacche non certo indifferenti della cosiddetta borghesia illuminata.

«Illuminata da cosa? Forse da un’ansia di autodeterminazione. Dal desiderio di essere i medici di se stessi. Ho maturato negli anni un grande rispetto per la autodeterminazione delle scelte di salute individuale, anche se posso non condividerne la dimensione etica  - come nel caso del fine vita - ma questa è un’altra cosa. Qui si tratta di non compromettere la salute di altri. Ed è la dimensione minimale di uno Stato che vuol definirsi tale a doversene fare carico»
Non ci si vaccina perché ci si sente immuni, ma quando si sta male si va in ospedale e si minacciano pure i medici...
«Di questo si può stare certi, chi mette il proprio egoismo innanzi a tutto non si farà scrupolo di apparire incoerente per garantirsi ogni cura quando sta male. Per non parlare di chi invoca la dittatura perché non vuol rispettare le regole minime imposte dal buon senso».   
L'infettivologo Bruno Cacopardo, in un attimo di sconforto, commentando la “spittizza” catanese ha detto: «E’ come se ci compiaciamo  di essere i primi degli ultimi, vivendo come se niente fosse tra rifiuti e degrado, non rinunciando a banchetti e bollicine e suonando la cetra mentre la città brucia…
«Posso essere d’accordo sul dipinto decadente che accomuna molti nell’incoscienza del degrado, ma non credo basti l’invettiva o la critica a risolvere. Ci vuole una analisi profonda della psicologia di una città in caduta libera rispetto ad ogni identità culturale, che darebbe il senso di comunità.  Oramai Catania vive solo delle sue bellezze naturali, mentre sul piano della creatività dei catanesi non è rimasto quasi più nulla, è stato distrutto tutto. E la fotografia è impietosa: dalla classe dirigente imposta dall’alto, alle speculazioni sul territorio, dalla mancanza di un tessuto imprenditoriale vivo e sano alla crisi del ceto medio, divenuto ceto mediocre. Ne ragionavo qualche giorno fa con un catanese eccellente, incontrato per caso in aereo e concordavamo sul fatto che la sfiducia nasce dalla sensazione che molti cittadini hanno della mancanza di un progetto. Tutto viene gestito alla giornata, al bisogno, in modo estemporaneo.  L’alluvione, l’emergenza rifiuti, i problemi dei quartieri marginali, le speranze dell’Etna valley, fino alla beffa della ruota panoramica. E allora senza una cornice comune di speranza ognuno fa da sé».
 C'è una grande fetta di città che vive ormai nell'apatia , non fa nulla,  non protesta e non si indigna. A molti cittadini sembra non interessare più il bene comune, ma solo l'interesse personale e anche quello illegale.
«E’ così, ma è rischioso criminalizzare i cittadini, in fondo la dimensione collettiva degli interessi va spiegata, esportata, fatta comprendere. E’ compito delle classi dirigenti diffondere cultura, non per pochi, ma come bene di massa. E’ l’unico “patrimonio” che per essere posseduto non deve essere tolto agli altri, ma anzi si moltiplica se viene ceduto. La Catania dei circoli la leggiamo oramai nei libri di storia; nello sport, nella musica e nelle arti ci sono state espressioni egregie.  L’individualismo di oggi è figlio della grave crisi culturale che stiamo attraversando». 
 ll degrado e l'abbandono delle periferie possono essere una delle chiavi di lettura di questo disinteresse diffuso e collettivo?
«Sì lo sono, ma va guardata con lenti diverse la popolazione che vive sotto la soglia della dignità».
I giovani più istruiti ormai da anni e vanno via, ma anche quei pochi che restano sembrano vivere nell’ombra...
«Sarebbe un dramma se fosse così, ma mi aspetto una reazione da parte dei giovani prima o poi. Non sono pessimista sul futuro della città».

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