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Catania

Brigantony, simbolo della liscìa "marca liotru"

Su quei “nastri” le canzoni con l’anima di Catania

Di Luigi Pulvirenti

Chi può davvero giurare, di non aver mai ascoltato, canticchiato, sorriso con una canzone di Brigantony? 
In questa città, dalla Playa al cratere centrale, da Vaccarizzo a Calatabiano, nessuno. 
L’onda lunga del cordoglio che da venerdì è montata, alla notizia della morte, conferma che, in realtà, la questione è non esclusivamente catanese. Rimanendo alle nostre latitudini, il Maestro - come lo chiamavamo tutti - è l’unica persona che negli ultimi trenta o quarant’anni ha potuto godere di un consenso totale. Trasversale, dai monfiani ai mammoriani. 
Non immediato, certo. Costruito pezzo per pezzo, canzone dopo canzone, personaggio dopo personaggio, vincendo gli sberleffi degli esponenti della borghesia cittadina che, in pubblico, inorridiva, al suo primo apparire sulle scene; in privato, chiedevano agli amici di doppiargli i “nastri”. 

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Lo stesso Brigantony, con quel sorriso sornione che nel privato tradiva una indole timida, conveniva che se avesse incassato i diritti per tutte le cassette pirata che giravano in ogni dove, sarebbe diventato miliardario.
Non c’è nulla che abbia fatto identificare i catanesi più delle canzoni, delle scenette, incise sui “nastri”. Le cassette, vendute a milioni in quegli anni Ottanta, erano presenti in tutte le auto. Anche in quelle di chi lo considerava volgare. Invece era autentico. Capace di rappresentare l’anima catanese popolare, ironica, cazzara, boccaccesca, sbruffona, millantatrice ma sempre portata a sdrammatizzare sulle miserie, piccole e grandi, della vita. 
Una immedesimazione collettiva, da chi abitava nei quartieri popolari e si identificava in quelle storie di vita vissuta, al professionista che, tolta la giacca e slacciata la cravatta, scoppiava in una risata a sentire le scenette del ragioniere Lattuga e del Cavaliere Moschitta, del Mago Mpracchiapareddi e di Padre Tamarindo. Al punto che, si fossero incontrati ad un semaforo e il primo avesse attaccato “Alivi ci levi”, il secondo avrebbe proseguito “I funci ne voi”. E avrebbero riso insieme.
E cosa c’è stato di più catanese, di Brigantony? Probabilmente nulla. Nessuno come lui ha saputo incarnarne il tratto distintivo, la liscìa. 
Chi ha avuto la possibilità di conoscerlo, porta il ricordo di una persona semplice e carica di umanità. Ti apriva le porte della sua casa al Paradiso degli Aranci e cominciava a raccontarti degli inizi, di quando emigrò in Belgio per lavoro, degli anni d’oro, ma senza mai nessuna forma di compiacimento. Gli bastava sapere che grazie ai suoi nastri la gente si divertiva, e cantava.
Un uomo umile, semplice, perbene. Che ha saputo interpretare l’anima popolare di questa città, da vero e proprio successore di Micio Tempio.
Oggi i suoi testi, che all’epoca affrontavano temi come l’omosessualità, le nevrosi del rapporto di coppia, verrebbero considerati pieni di stereotipi e farebbero arricciare il naso; se vogliamo, sarebbe perfino difficile immaginare che alcune canzoni, anche tra le più conosciute, verrebbero pubblicate. Senza scomodare pensose riflessioni sui tempi che cambiano e su come cambiano, è sufficiente dire che Brigantony ha interpretato un tempo che non può tornare, ma lo ha fatto regalandoci momenti di spensieratezza condivisi. Quando bastava ritrovarsi nella piazza del quartiere o del paese, quattro amici, una macchina, la cassetta della Ciolla, vagando per la notte catanese, tra il coprifuoco indotto dal clima pesante di quegli anni Ottanta e la voglia di leggerezza, e la vita sembrava semplice. E se oggi, quarant’anni dopo, ci troviamo a cantare le sue canzoni (grazie anche all’opera meritoria dei Brigantini) è perché quelle canzoni, quelle scenette, raccontano questa città meglio di qualunque trattato di sociologia. Per questo solo gli ipocriti e i falsi moralisti possono affermare di non capirlo.  
Brigantony non apparterrà alla storia della musica, ma appartiene a quella di tutti noi, ed è più importante. Che poi, mica è vero che non fa parte della storia della musica: di quella popolare siciliana sì, essendo stato probabilmente l’ultimo che non si è limitato a interpretare la tradizione ma è diventato lui stesso, tradizione.   Così, da pioniere armato solo della sua chitarra e del suo talento nel raccontare storie popolari, è riuscito lo stesso a fare un sold out al Madison Square Garden, insieme a centinaia di concerti in giro per il mondo con gli emigranti che cantavano a squarciagola ogni singola nota, immaginandosi in quella Catania tanto più amata quanto più lontana. Per non parlare di quando gli Europe si chiedevano quale fosse la ragione di quella quantità enorme di diritti d’autore che gli arrivava da Catania.
Youtube, Spotify, oggi ospitano le sue canzoni, piattaforme multimediali che hanno sostituito i nastri. Il lascito artistico e la memoria di Brigantony proseguiranno la loro parabola lì, raccontando ai posteri di come l’uomo venuto dal quartiere Cibali sia riuscito a descrivere anche gli aspetti più scomodi e controversi della società siciliana di quegli anni, mettendoli in musica, addolcendoli, facendoci ridere sopra. Come se sia una cosa facile, da fare

 

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