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Catania

I neomelodici “gancio” per i narcos napoletani

Dalle carte dell’inchiesta emergono collegamenti dei broker con “Alessio”, “Anthony” e Niko Pandetta. La storia della bisca in cui erano socie le quattro famiglie mafiose, l’ingresso del clan negli affari del lido-discoteca alla Plaia

Di Concetto Mannisi

Era la droga il grande affare dei “cursoti milanesi”. Perché le estorsioni determinano rischi a mai finire, mentre nel settore degli stupefacenti il contatto diretto non è con le vittime, bensì con la clientela.
Carmelo Di Stefano tutto questo lo aveva compreso perfettamente e per questo motivo aveva deciso di riprendersi le piazze di spaccio che a un certo punto erano state gestite dai Cappello e dagli stessi Bonaccorsi. 
Non ha avuto bisogno  di battersi in maniera cruenta, a quanto pare. Ha fatto pesare, piuttosto, le sue doti da stratega, che in tanti gli avrebbero riconosciuto prima dei fatti del viale Grimaldi.
E grazie a questa operazione si sarebbe garantito introiti mensili certi pari a cinquantamila euro. Che fanno seicentomila euro l’anno. Soldi che servivano ad acquistare altra droga ma anche a garantire stipendi e sostentamento agli affiliati e a chi di loro finiva dietro le sbarre.

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Secondo quanto emerso in sede di indagine, Di Stefano “lavorava” in regime di monopolio a San Berillo Nuovo: tutti i responsabili delle piazze dovevano acquistare le sostanze stupefacenti da lui; soltanto nel caso in cui il boss si fosse trovato a corto di “merce” sarebbe stato consentito loro di rivolgersi ad altri fornitori.

 

A tal proposito, è stato ricostruito che Di Stefano era solito approvvigionarsi di cocaina grazie ai contatti dei broker Lorenzo Cristian Monaco e Luigi Scuderi con i narcotrafficanti napoletani. In particolar modo con appartenenti al clan camorristico di Caivano, ovvero con Genny Sautto, raggiunto da provvedimento restrittivo in questa operazione.
 Sautto, ai vertici del clan Sautto-Ciccarelli, sarebbe stato avvicinato grazie alle conoscenze di Monaco e Scuderi negli ambienti dei cantanti neomelodici. Il collaboratore di giustizia napoletano Vincenzo Iuorio, in particolar modo, ha riferito che sarebbero stati utilizzati come “ganci”, al fine di creare i primi contatti, “Alessio” (al secolo Gaetano Carluccio), “ Anthony” (Antonio Ilardo) e il “nostro” Vincenzo “Niko” Pandetta, di cui si riprende a parlare per questioni extra artistiche.


Su Pandetta Iuorio chiarisce: «Non era  coinvolto nei nostri traffici ma ben sapeva delle nostre attività ed era a disposizione dei catanesi perché  quando lo chiamavano lui correva. lo l'ho conosciuto in un locale di S. Berillo, era stato contattato  da Cristian (Monaco, ndc). L'ho sentito cantare ma non era di mio gradimento e secondo me non è neanche bravo.  So che è venuto anche a Napoli ma io non l 'ho visto e non lo abbiamo mai chiamato nelle nostre feste  perché non lo reputavamo all'altezza».


Detto della droga, gli investigatori sottolineano come a disposizione dei “cursoti milanesi” ci fosse un vero e proprio arsenale, progressivamente assottigliatosi a seguito delle operazioni delle forze dell’ordine. Mentre nelle carte dell’inchiesta emergono discussioni non di poco conto fra i “Carrateddi” e Carmelo Di Stefano in merito a una bisca su cui avrebbero nutrito interessi le quattro famiglie mafiose presenti nel nostro territorio: i Santapaola-Ercolano, i Cappello-Bonaccorsi, i Mazzei “carcagnusi” e proprio i “cursoti milanesi”. 

 


Mettendo da parte le rivalità, ciascuna delle quattro famiglie avrebbe versato ventimila euro all’anno come fondo cassa (ma nell’anno precedente, col leader dei “milanesi” dietro le sbarre, le altre tre “componenti” avrebbero versato persino 33 mila euro a clan), creando le premesse per introiti diversificati - e comunque importanti - da destinare al sostentamento dei detenuti. I quali, però, stando a quel che riferiscono i Bonaccorsi, non sempre sono grati per quanto arriva loro: «Perché i detenuti sono convinti ca nuatri c’avemu u puzzu... Loro si ricordano sai che... quando li hanno arrestati... E sono convinti... E restano sempre arretrati...».

 

La risposta di Di Stefano è, però, chiarissima in tal senso: «Quelli che oggi si stanno arricchendo col narcotraffico prima erano gli “scemuniti”... Non è giusto che una persona con l'ergastolo fa la fame e quattro scemi stanno pieni di soldi”. Nell’ambito della stessa discussione sarebbe stato concordato fra le due parti che lo “stipendio” per uno spacciatore che rischiava gli arresti doveva essere di almeno duemila euro. 


Tornando alle attività di indagine e agli affari del clan, sarebbero emersi anche tre tentativi di estorsione e in uno di questi persino di infiltrazione nell’attività lecita gestita da due imprenditori (padre e figlio, titolari di uno stabilimento balneare alla Plaia che organizzava serate danzanti) che almeno in un caso non avrebbero raggiunto l’obiettivo. 
Quest’ultima vicenda sarebbe legata alla richiesta di “pizzo” fatta avere a un’impresa che stava costruendo una casa vacanze nel quartiere. Dopo una serie di neanche tanto velate minacce, sembra che la vittima si fosse detta disponibile a versare cinquemila euro al gruppo, ma quando si sarebbe trattato di riscuotere non si sarebbe presentato più nessuno, fors’anche perché gli esattori avrebbero temuto di finire in una trappola organizzata appositamente per loro.


Del denaro sarebbe stato versato certamente dal titolare di un’area parcheggio, che avrebbe garantito anche uno stallo fisso e gratuito per il mezzo a due ruote di uno dei Piterà: «Sono gentilezze che faccio a chi si presenta e in qualche caso, è vero, ho regalato qualche piccola somma di denaro - è stato il racconto dell’imprenditore - non ho mai pagato il “pizzo” e quando “Saretto ’u furasteri”, che conoscevo di fama, si è presentato per realizzare un autolavaggio all’interno della struttura ho detto di no, accampando la scusa che non avevo le autorizzazioni per quel genere di attività».
In realtà, è doveroso aggiungere, in più di una circostanza viene intercettato in carcere proprio Rosario Pitarà mentre sollecita i parenti a farsi consegnare dall’imprenditore duemila euro da “girare” successivamente all’avvocato, che stava lavorando per tirarlo fuori dal carcere.


Infine l’estorsione ai titolari dello stabilimento balneare, che per stare tranquilli avrebbero affidato la “security” proprio a Carmelo Distefano, che in quel locale sarebbe presto diventato di casa (ricevendo sconti importanti per l’utilizzo del privè: da 500 a 200 euro) , avrebbe imposto alcune assunzioni (anche di un parente) e avrebbe aperto un chiosco i cui introiti sarebbero stati di sua esclusiva pertinenza. 

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