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Catania

Pronto il ddl "Salva Pogliese": alla Camera l'asse tra Fdi e Pd per modificare la Severino

La proposta, se approvata, potrebbe rimettere in sella il sindaco di Catania sospeso dalla carica dopo una condanna a quattro anni e tre mesi per peculato

Di Mario Barresi

Adesso è davvero partito il conto alla rovescia. Per quello che, affettuosamente, dentro Fratelli d’Italia hanno già definito il “Salva-Salvo”. Un disegno di legge che oggi sarà depositato alla Camera, con il quale il partito di Giorgia Meloni si espone col chiaro intento di riabilitare il sindaco di Catania.

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Nel testo, limato dagli esperti dal gruppo di Montecitorio, si prevede infatti una sostanziale modifica alla legge Severino, equiparando lo status di primo cittadino a quello dei parlamentari nazionali ed europei. Per farla breve: se il ddl diventasse legge Salvo Pogliese, oggi “congelato” fino a marzo 2023, ritornerebbe a Palazzo degli Elefanti, in quanto la sospensione degli amministratori regionali e locali non scatterebbe più dopo il primo grado di giudizio. Così com’è stato - in due circostanze diverse, ma per lo stesso principio - per il sindaco di Catania, condannato a quattro anni e tre mesi per peculato nel processo a Palermo sulle spese da capogruppo del Pdl all’Ars.

 

 

Ma la battaglia annunciata dal partito di Meloni - che una decina di giorni fa avrebbe avuto un «lungo e affettuosissimo» colloquio con Pogliese, e ciò smentisce le voci su un presunto imbarazzo della leader rispetto alla situazione - non sarà solitaria. In Parlamento, infatti c’è già un altro testo analogo firmato da alcuni big del Pd (Dario Parrini, presidente della commissione Affari costituzionali, Anna Rossomando, vicepresidente del Senato e responsabile giustizia del partito, e Franco Mirabelli, vicepresidente dem e capogruppo in commissione Giustizia), in cui si prevede che non ci sia più la sospensione automatica per gli amministratori regionali e locali che riportano condanne non definitive, tranne in caso di reati gravi e di particolare allarme sociale come corruzione, concussione e i delitti legati alle mafie.

 

 

Anche l’Anci (e non soltanto perché il presidente Antonio Decaro è un autorevole esponente dem) pressa da mesi per modificare «una legge che penalizza i sindaci, ma soprattutto le città».

L’asse fra FdI e il Pd (che ha molto a cuore l’analoga situazione del sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà, sospeso per 18 mesi dopo una condanna a un anno e quattro mesi per falso e abuso d’ufficio) è già molto più che una suggestione. Diversi contatti fra gli sherpa dei due partiti per arrivare a un testo condiviso prima dei referendum di primavera, uno dei quali riguarda proprio l’abrogazione della Severino. Una legge su cui il partito di Meloni si è da tempo smarcata dalla posizione netta di Matteo Salvini che vorrebbe cancellarla. FdI non ha raccolto le firme, mantenendosi su una linea diversa: via le «storture», ma senza smontare un impianto condivisibile soprattutto sull’incandidabilità. Una posizione illustrata venerdì scorso dal deputato Andrea Delmastro alla direzione nazionale del partito: no all’abrogazione, sì ai correttivi.

 

 

A partire dal ddl “Salva-Salvo” che, magari col placet di Forza Italia e la desistenza della Lega (più che avviato, fra l’altro, il disgelo Salvini-Pogliese dopo l’uscita dei due assessori dalla giunta), potrebbe essere discusso non come una norma a sé stante e tempi lunghi, ma finire fra gli articoli di un ddl-omnibus o di una legge di conversione, con la possibilità di essere approvato senza troppi clamori «anche entro un paio di mesi».
 

Questa, in fondo, è la prospettiva - più politica che giudiziaria - su cui s’è fondata la resistenza di Pogliese a ogni tentazione di dimissioni. Il suo staff legale ha depositato al Tribunale civile di Catania il ricorso avverso il provvedimento del prefetto. Piuttosto che aspettare la sospensione della sospensione della sospensione (un ulteriore colpo di scena pur sempre teoricamente possibile), Pogliese punta ora a una via d’uscita parlamentare della vicenda. Mentre, sul versante del processo penale, aspetta ancora - a distanza di 20 mesi dalla condanna di primo grado - l’inizio dell’appello a Palermo. La città è ostaggio della pervicacia di un sindaco che non vuole mollare neppure di fronte alla prospettiva di un altro anno di vicariato del fidato Roberto Bonaccorsi, ma è anche vittima dei tempi di una giustizia talmente lenta da diventare non più al di sopra di ogni sospetto. Anche di ciò si dovrà prima o poi parlare. Magari quando, diradatosi il polverone delle polemiche, potrebbero emergere circostanze (alcune, se non casuali, piuttosto singolari) utili a riscrivere questa storia, comunque brutta, della Catania condannata ai domiciliari dentro a una cella frigorifera.
Twitter: @MarioBarresi
 

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