"Questo non è amore", nel giorno di San Valentino la testimonianza di una donna vittima di violenza di genere: «Grazie alla polizia ho ritrovato la speranza»
La campagna di sensibilizzazione della Questura raccoglie i suoi frutti
Il personale della Divisione Anticrimine ricorda bene quella mattina. Mentre alcuni erano impegnati nell’attività d’ufficio, altri erano stati fuori in servizio per prendere parte a un incontro con una scolaresca, per sensibilizzare gli alunni sul fenomeno della violenza di genere. Rientrati in questura si ritrovarono una donna seduta nella stanza, quasi rannicchiata su se stessa, il volto scavato, le lacrime che le solcavano il viso, i capelli arruffati, lo sguardo smarrito, i vestiti trasandati che lasciavano intendere che anche il semplice prendersi cura di sé fosse diventato un lusso che non poteva più permettersi.
La paura di farlo infuriare
Fu ascoltata e lasciata parlare. Iniziò a raccontare una vita contraddistinta da paure, umiliazioni e violenze psicologiche. Disse che il marito la controllava in tutto, come vestirsi, cosa mangiare, chi salutare. Raccontò di un’esistenza vissuta nell’angoscia, con la costante paura di fare un gesto o dire una parola che potesse farlo infuriare. Non riusciva a trattenere le lacrime. Il personale la informò di tutti gli strumenti cui poteva ricorrere per la sua tutela. Poteva essere accompagnata in una struttura protetta, cosa che in quel momento non si sentì di accettare. E le venne ribadito che avrebbe potuto chiamare in qualsiasi momento il numero di emergenza 112 e subito dopo il numero di servizio dell’ufficio minori e vittime vulnerabili e che per qualsiasi esigenza il personale sarebbe stato a sua disposizione. La donna annuì, ma il suo sguardo restava pieno di esitazione. Poi si asciugò le lacrime, si alzò e uscì con passo incerto.
La scelta di denunciare le violenze
L’indomani, alle 8 circa, il telefono dell’ufficio squillò. Dall’altra parte, la voce tremante della signora del giorno prima: «Voglio andarmene. Voglio andarmene…».L’intervento fu immediato. I poliziotti si mobilitarono per garantirle la massima sicurezza. Una pattuglia andò a prenderla a casa cosi come concordato, evitando qualsiasi rischio e la accompagnò nella struttura a indirizzo secretato dove il marito non avrebbe mai potuto trovarla. Poi l’ammonimento immediatamente firmato dal questore. Da quel momento, i poliziotti non la lasciarono mai da sola. Fu seguita passo dopo passo, supportata nelle pratiche burocratiche e nel difficile percorso di ricostruzione della propria autonomia. Quando si sentì pronta, venne accompagnata in sicurezza a casa per recuperare gli effetti personali che non aveva potuto portare con sé al momento della richiesta di aiuto. Un momento carico di tensione, ma anche di liberazione. Per la prima volta, vi tornava senza paura.
La rinascita
Poi, un giorno, è arrivata una lettera al questore Giuseppe Bellassai. Era la sua. La signora scriveva per ringraziare chi l’aveva aiutata. Raccontava di come, dopo otto mesi in protezione, fosse riuscita a ricostruire la propria vita. Aveva trovato un lavoro, aveva ripreso in mano la sua quotidianità, si sentiva finalmente libera. Ma per i poliziotti, il momento più emozionante arrivò qualche tempo dopo. Si ritrovarono innanzi la porta dell’ufficio una donna elegante, curata, con i capelli perfettamente sistemati e un abbigliamento raffinato. Aveva un’aria serena, sicura di sé e gli occhi che emanavano una luce di ritrovata speranza. Il personale la guardò con un’espressione incerta, faticando quasi a riconoscerla. «Salve ragazzi». La voce risultava familiare. Solo allora capirono chi era. «Sono venuta a ringraziarvi, grazie a voi sono rinata». Non era più la donna smarrita che si era presentata mesi prima. Ora era una donna che aveva ritrovato se stessa. E in quel momento i poliziotti capirono che ogni ora senza pausa pranzo, ogni telefonata, ogni singolo sforzo fatto, aveva avuto un senso sentendosi ripagati per l’impegno e l’attività.