UniCt: i “magnifici” 4 alla prima uscita, ma i motori sono ancora tiepidi
Un po’ ingessati dalle regole del confronto o forse dal bisogno di rompere il ghiaccio
Le regole del gioco erano più o meno chiare. Venti minuti a ciascun candidato o candidata alla carica di rettore o rettrice per illustrare il programma. Poi spazio alle domande dal pubblico: due minuti al massimo per ciascuna domanda, fino a un massimo complessivo di venti interventi. Infine quindici minuti ciascuno per le repliche dei candidati. Le cose iniziano a farsi più complicate a questo punto. Quando, cioè, il decano dei professori ordinari Biagio Ricceri continua: «Quindici minuti eventualmente aumentati di un quarto della differenza tra 40 ed n, essendo n il numero di minuti effettivamente spesi per le domande. Va bene?». Brusio in sala, qualche risata, qualcuno chiede al vicino di spiegare di nuovo.
I magnifici quattro
Nell’auditorium dell’ex monastero dei Benedettini di piazza Dante è andato in scena, ieri, il primo confronto tra i quattro aspiranti Magnifici dell’università di Catania. Appuntamento rivolto prevalentemente a docenti e personale dei dipartimenti di Scienze umanistiche, Scienze della formazione, Scienze politiche, Economia e Giurisprudenza.
Ci sono, però, anche diversi docenti di area scientifica. Delle ingegnerie, in particolar modo. Ma anche dalle parti di Medicina e di Matematica. C’è, insomma, un’aria di una certa curiosità. E chi se la perde la prima uscita pubblica dei quattro papabili? Il sorteggio premia l’ordine alfabetico degli interventi: Salvatore Baglio, ordinario di Misure elettriche ed elettroniche al dipartimento di Ingegneria elettrica-elettronica e informatica; Enrico Foti, ordinario di Idraulica al dipartimento di Ingegneria civile e architettura; Ida Angela Nicotra, ordinaria di Diritto costituzionale al dipartimento di Giurisprudenza; e Pierfrancesco Veroux, ordinario di Chirurgia vascolare.
Salvatore Baglio
Col piglio del docente di Ingegneria tira fuori le slide. La sua campagna elettorale ha un titolo: «UniversoCt». E ha anche uno slogan: «L’università che vogliamo». Ha un sito che permette l’invio di domande, suggerimenti, e segnalazioni, anche anonime. «Mi impegno - comincia - a rivedere il mio programma a metà mandato.
Dopo tre anni, per capire se tutto quello che doveva essere fatto è stato fatto o se saranno necessari aggiustamenti». Punta tutto sulla ricerca, lui che è presidente della fondazione Samothrace, che ha in mano tonnellate di fondi Pnrr. «Servirà un grant office», per ottenere i finanziamenti necessari a mandare avanti la baracca delle nuove idee. «Darò grande attenzione anche alle aree non Stem (Scienze, tecnologia, ingegneria e matematica, ndr), vogliamo dare un push nella direzione dell’interdisciplinarietà».
Nel programma c’è un approccio «proattivo» ai rapporti con il territorio; una piattaforma virtuale da chiamare «Piazza Università», per garantire il dialogo con la città; l’estensione del lavoro flessibile, la creazione di nursery per docenti e dipendenti dell’ateneo, e poi «percorsi di accompagnamento dei ricercatori a tempo determinato affinché trovino una collocazione anche fuori dall’accademia».
Enrico Foti
Nonostante sia ingegnere pure lui, di slide non se ne vedono. Prende il microfono e comincia a parlare a braccio: la prima manciata dei suoi venti minuti è il curriculum accademico dentro al quale si inseriscono spesso collaborazioni con università d’oltreoceano. «Mi sono occupato di riprogettare i corsi di ingegneria di questo ateneo - continua - Ne abbiamo tagliati dodici. Circa il 70, 80% dei corsi che vedete adesso sono quelli che ho disegnato io».
Vuole dire, insomma: lui di università ne sa. Ma, più di tutto, vuole dire che ha studiato i numeri: «In Italia solo il 65% degli studenti diplomati si iscrive all’università. In Sicilia sono molti meno. Di quelli che lo fanno, dopo la triennale in migliaia migrano verso le università del nord. La Sicilia è la seconda regione d’Italia per numero di laureati nelle università telematiche. Per farla semplice: su dieci diplomati, 6 non vanno all’università, 1 si iscrive a una telematica, 1 va al nord, 2 si iscrivono a Catania (uno dei quali dopo la triennale va al nord pure lui o lei)». E di chi è la colpa? L’atto di dolore dell’accademia si sintetizza in uno slogan: «Dobbiamo passare dallo studente numero allo studente persona».
Ida Angela Nicotra
Anche lei evita la presentazione delle slide, ma ogni tanto scorre con un dito sul tablet che ha davanti. «Perché mi candido? Perché questo ateneo mi ha dato tutto. E nella vita di ognuno di noi arriva il momento in cui restituire ciò che l’istituzione ha dato».
È la candidata che guarda in faccia la prima realtà: «L’università di Catania è il luogo più prossimo anche per chi non ha le possibilità economiche di spostarsi». Non perché sia una seconda scelta, ma un ateneo che deve vivere delle intelligenze che ci sono sul territorio, in una città che combatte con «una dispersione scolastica altissima». «È un ateneo che deve richiamare chi si è allontanato, affinché possa rimanere».
Ma Nicotra è anche la candidata della semplificazione: «un testo unico» che permetta di districarsi nei meandri della burocrazia, e norme uguali per tutti i dipartimenti che garantiscano il rispetto del diritto alla progressione di carriera dentro all’università. «Serve un welfare d’ateneo, e uno dei sogni che vorrei realizzare sono due asili nido aziendali, uno per i dipartimenti del centro e uno per quelli della Cittadella. Sono stata mamma di bambini piccoli - ricorda - Chi lavora non si deve preoccupare di dovere coniugare la carriera con la famiglia».
Pierfrancesco Veroux
Ultimo, come cognome impone. Le slide ci sono, ma si ferma alla prima, quella con il suo nome. È il solo a parlare in piedi. «Scherzosamente mi definisco un idraulico, perché sono un chirurgo vascolare». La premessa gli serve per la prima delle linee programmatiche: «Quando salvare una vita umana dipende da una decisione di pochi secondi, quello che ti aiuta è il rispetto di regole e linee guida, oltre a un pizzico di fortuna». Ma se i regolamenti sono troppo complicati da seguire, poi diventa impossibile farlo. «Il Pnrr, grande occasione per evolvere, si è scontrato con il nostro sistema che non si è adattato abbastanza in fretta a un mondo cambiato».
I numeri li cita anche lui: «Solo il 20% dei nostri studenti si laurea in tempo, il restante 50% è fuori corso, il 20% abbandona, il 10 cambia. Bisogna intervenire su una ristrutturazione dei programmi». Su 25mila studenti alla triennale, 5mila proseguono alla magistrale. «Li prepariamo per spedirli fuori - commenta Veroux - Perché vanno via? Forse è il sistema Sicilia, la mancanza di un ponte con le aziende, che li spinge. Per esempio, mio figlio…». Studia Ingegneria biomedica, lontano da Catania. «Non per moda, ma perché qui non c’è il corso», si affretta a puntualizzare.