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Covid-19

Chi e come può accedere alle cure con le nuove pillole anti-Covid

L'infettivologo Cacopardo: "Molnupinavir e Paxlovid vanno somministrati quando si hanno i primi sintomi. La richiesta va fatta al medico di base e la cura si fa a casa"

Di Maria Elena Quaiotti 

Pillole antiCovid, facciamo chiarezza. L'annuncio dato a inizio settimana e divulgato dalla struttura del commissario Covid sulla partenza della somministrazione della terapia con i farmaci Molnupinavir e Paxlovid nei siti ospedalieri (in città è prevista nei reparti di malattie infettive del Garibaldi Nesima, Policlinico e Cannizzaro, cura da effettuare a domicilio e affidata agli stessi pazienti), merita più di un approfondimento, sia sulle modalità di approccio, funzionamento e somministrazione, sia su chi e come può e dovrebbe accedervi. 
In sostanza sono le persone, sia vaccinate che non, e risultate positive al Covid che nei primissimi giorni dalla presenza dei sintomi (e prima si interviene e meglio è) possono richiederla attraverso i propri medici di base, che attiveranno la procedura. Si tratta di soggetti che oggi hanno quindi, oltre alla cura con gli anticorpi monoclonali (ancora i più richiesti, ma forse perché più conosciuti), anche l'opportunità delle pillole antiCovid.

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«Si tratta di una cura promettente, è il metodo di distribuzione delle pillole, già ben organizzato dalla struttura del commissario Covid, che può essere migliorato - commenta il direttore di Malattie infettive al Garibaldi Nesima, Bruno Cacopardo - a oggi infatti il soggetto positivo, dopo aver effettuato il primo passaggio dal proprio medico di base che avrà informato le Usca, deve comunque uscire di casa e recarsi negli ospedali. Gli ospedali quindi devono aver allestito “percorsi protetti” appositi dove il proprio personale, opportunamente “bardato”, gli consegnerà la confezione di pillole. Compresse che poi il paziente dovrà assumere, correttamente, a casa. La cura dura cinque giorni. Intendiamoci, mi auguro che la platea di accesso alla cura sia ampissima, perché la cura è efficace, se assunta nei primissimi giorni della malattia. Bisogna solo migliorare alcune procedure di somministrazione».

 

 


Si riapre così anche la discussione sulla necessità della diagnosi da Covid il più tempestiva possibile e il corretto utilizzo, diventato oggi indiscriminato, dei tamponi «che - sottolinea Cacopardo - devono tornare al loro compito originario, la diagnosi clinica ai soggetti con sintomi. Basta ai “tamponifici”, agli isolamenti indiscriminati e ai tamponi ripetuti ossessivamente specie dai soggetti guariti: in questi ultimi casi “detriti virali” nel naso ci saranno sempre, e qualche tampone potrebbe rilevarli, facendoli riprecipitare nell'inferno. Se è vero che la curva dei contagi sta decrescendo, lo sta facendo molto lentamente – prosegue –. Noi lo stiamo percependo, di fatto nel mio reparto ancora tutti i posti sono occupati, abbiamo il 10-15% di pazienti con polmonite classica da variante “Delta”, poi abbiamo pazienti con sintomatologia minore, blanda o assente che vanno al pronto soccorso o sono provenienti da altri reparti, che risultano positivi e vengono ricoverati da noi.


«La malattia - spiega - si compone di due fasi: la prima è una fase virale, con la moltiplicazione del virus, questa fase non è grave, è come l'influenza, ma “prepara” la fase successiva, che si innesta dopo 7-8 giorni, cioè quando il virus smette di replicare e parte una fase “reattiva”, cioè il sistema immunitario reagisce al virus con le infiammazioni. E di solito è la fase clinicamente più grave. Una modalità di approccio terapeutico è spegnere già la prima fase e lo possiamo fare con gli anticorpi monoclonali e con le pillole antivirali. Le pillole sono di due tipi, una è il Molnupinavir, che ha un'efficacia medio-moderata, cioè nel 35-40% dei casi. Più efficace è il Paxlovid, che è la somma di due pillole: un antivirale puro, efficace indipendentemente dalle mutazioni del virus, l'altro è il Ritonavir, un farmaco che stabilizza la concentrazione di farmaco nel sangue, cioè impedisce che venga rapidamente metabolizzato e ne consente, quindi, la permanenza più duratura all'interno del circolo sanguigno. Lo fa durare di più, insomma. 


«Il problema di Paxlovid però - precisa – sta nell'interazione con altri farmaci, in particolare anticoagulanti, anti-ipertensivi, calcio-antagonisti, anche qualche antibiotico e chemioterapico anti-neoplastico. Non sempre queste cure possono quindi essere interrotte per i cinque giorni previsti di somministrazione del farmaco antiCovid». 

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