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Covid-19

Crepet: «No Vax, matrice legata alla psicologia del complottismo. Fake news come per il Terzo Reich»

Lo psichiatra e scrittore, interviene con la sagacia che lo contraddistingue, nel dibattito sui vaccini

Di Gerardo Marrone

«Leggo di aggressioni e minacce per le dichiarazioni sui no-vax. Mi chiedo dove andremo a finire. Vorrei sapere allora dal ministro dell’Interno e pure da quello della Salute se sia tollerabile che un medico, un politico o un giornalista debbano temere per l’incolumità propria e dei propri cari solo perché parlano di vaccinazioni e misure anti Covid. O l’Italia è diventata come la Cambogia dei Khmer rossi?!». Paolo Crepet, psichiatra e scrittore, non s’è mai nascosto dietro le parole. Dietro il “politicamente corretto”. Anche adesso che il dibattito sui vaccini s’è già spinto ben oltre lo scontro mediatico, l’autore del recentissimo Oltre la tempesta. Come torneremo a stare insieme conferma la sua netta presa di campo con una speciale dedica alla madre: «Lei era una donna intelligente e, dopo averci fatto fare l’antipolio, non è mai scesa in strada per paragonare Albert Sabin (l’inventore del vaccino contro la poliomielite, ndr) ad Adolf Hitler. Anzi, lo ha sempre ringraziato per avere salvato la vita a me e a mio fratello come ad altri milioni di persone».

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Dove nasce il pensiero no-vax?
«In parte l’ho spiegato nel mio libro, quando parlo della psicologia del complottismo. Che si ricollega a quanto Adorno (il filosofo tedesco Theodor Adorno, morto nel 1963, ndr) scrisse a proposito della personalità autoritaria. Lui faceva riferimento alla nascita del Terzo Reich, partita anche da una fake news: la minaccia ebraica all’economia mondiale. Ovviamente, questa è una delle matrici. Ve ne sono anche insospettabili».
Insospettabili. Come, chi?
«Penso a uno slogan urlato nelle piazze, in cui si fa riferimento alla libertà. Secondo alcuni, l’obbligo vaccinale piuttosto che quello al Green pass sarebbe liberticida. Lo ha detto e lo ha scritto anche Massimo Cacciari, ecco perché parlo di insospettabili. La libertà, però, noi la perdiamo ogni giorno e ogni ora per ben altri motivi. Ad esempio, andando in rete con il telefonino dove per leggere qualunque cosa si è costretti ad accettare i “cookies”. Cioè ad accettare che i nostri dati vengano letti non si sa bene da chi».
Rete “liberticida”? Eppure, sembra così ospitale per chi contesta vaccini e misure antiCovid…
«Ma certo che si servono della rete. E questa è la contraddizione. È come se uno andasse a una manifestazione per la salute, indossando la t-shirt di una nota marca di sigarette. Non ho fatto questo esempio a caso, però non voglio andare oltre».
Non è che, frequentando i social, stiamo diventando asociali?
«È esattamente quello che io ho denunciato durante la pandemia. Ovvero, l’uso scriteriato della tecnologia che ha portato ciascuno di noi a isolarsi e coltivare rancore. Anche andare in piazza, invece, aiuta a socializzare: ecco perché non demonizzo le piazze dei no-vax, pur non essendo di quell’idea».
Siamo un’Italia di allenatori di calcio. Adesso, però, tutti disquisiscono di virus, cure, tesi e antitesi mediche. Siamo diventati pure un Paese di infettivologi?
«Si figuri! Io inorridii già qualche anno fa, quando in una famosa trasmissione televisiva venne invitato a parlare di vaccinazioni pediatriche un signore molto noto che di mestiere fa il deejay e fu messo alla stessa stregua di altri ospiti che da trenta o quarant’anni fanno i virologi o gli infettivologi. Questa è la più demenziale declinazione dell’uno uguale a uno».
Cioè?
«Esiste una sottile linea tra il nostro diritto alla parola e ciò che la società ci accredita. Lei può andare al bar a dire che Roberto Mancini non capisce nulla della difesa della Nazionale, ma non può pretendere di essere creduto. Stesso discorso vale per il professor Cacciari, che certamente può parlare di vaccini ma non pretendere di essere creduto. Ecco l’ambiguità: spendere la notorietà conquistata in un ambito specifico, quello della filosofia, della politica, e utilizzarla poi in campo medico. Questo è un salto di specie, tanto per usare un titolo da virus».
Così attenti al consenso, eppure contestati. O peggio. I nostri politici pagano il non avere imposto per legge l’obbligo vaccinale, come pure consentirebbe l’articolo 32 della Costituzione?
«Io stimo il presidente del Consiglio, Mario Draghi, però credo che sia stato un errore non avere nominato un unico portavoce del governo per la pandemia. Ho fatto anche il nome, quello del professor Garattini (Silvio Garattini, presidente dell’Istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri”, ndr). Sarebbe diventato il nostro Fauci. Tutti liberi di andare ai talk-show, ma il pensiero dell’esecutivo nella sua interezza avrebbe avuto una sola voce. Unica e univoca. Oggi, invece, troppe posizioni diverse e quindi troppa incertezza a partire dalla questione del vaccino AstraZeneca che ha rappresentato la miccia per quanto sta avvenendo adesso».
Sempre preoccupato per l’ipotesi di un altro anno scolastico e universitario trascorso in Dad?
Assolutamente. Ho fatto ieri una lezione all’Università di Trieste in cui ho chiesto ai ragazzi di lottare per tornare a studiare in presenza. Questo è un diritto universale, ne discende che le autorità devono fare di tutto e di più perché ciò avvenga nella massima sicurezza possibile».
 

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