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Anti racket, Paolo Terranova: «Serve una nuova legge contro chi paga il pizzo»

Secondo il presidente della Fai Sicilia anche le nuove generazioni devono fare sentire la propria voce

Laura Mendola

07 Dicembre 2023, 18:29

Pagamento tangenti

Il comandamento degli industriali è “ripudio delle organizzazioni criminali” e “la società adotta le misure più idonee atte a prevenire il pericolo di un proprio coinvolgimento”. Il codice etico degli industriali (che nel sito internet di Confindustria Catania non è pubblico) è chiaro e non ci sono sconti anche se, ormai è risaputo, il pizzo in Sicilia viene pagato a tappeto: dal grande imprenditore che muove milioni di euro al piccolo commerciante.

Con le ultime inchieste, in particolare quella di Catania, emerge che le aziende pagano e non si ribellano. Il richiamo del pg catanese Carmelo Zuccaro è stato chiaro: gli imprenditori non denunciano. «E certo che non lo fanno - dice Paolo Terranova, presidente della Fai Sicilia - a molti conviene così. Il dato preoccupante che emerge dall’indagine è che non ci sia stato uno scatto d’orgoglio da parte delle nuove generazioni. C’è una sorta di assuefazione al fenomeno del racket. Dobbiamo aspettare un altro Libero Grassi per vedere i giovani scendere in piazza? Mi auguro di no».

L’amarezza tra chi ha denunciato i propri estortori è tanta nel leggere l’inchiesta catanese e sapere che l’azienda dell’ex presidente degli industriali versa il pizzo da vent’anni e lo è di più quando leggono di imprenditori disposti a farsi denunciare per non puntare l’indice contro l’uno o l’altro mafioso. «Serve una norma - aggiunge Terranova - che penalizzi queste imprese che pagano il pizzo. Ci si deve lavorare, si siedano deputati e associazioni antiracket per trovare insieme una norma».

Paolo Terranova, presidente Fai Sicilia

La Fai anni addietro aveva iniziato a discutere con Confindustria Sicilia per cancellare tutti i soci che pagavano il racket. Erano gli anni dell’ex leader degli industriali Antonello Montante ma dall’inchiesta “Double face” è emerso che era un motto, una frase pronunciata durante i convegni e mai attualizzata. Nel Nisseno in primis. «Purtroppo chi denuncia può essere danneggiato dai mafiosi, ma anche dai burocratici - prosegue il rappresentante della Fai in Sicilia - ci sono episodi che abbiamo evidenziato in Commissione antimafia e i parlamentari ci hanno allargato le braccia. Non possiamo vivere con il cappio del ricatto e se il Governo vuole pensare ad un’Italia diversa bisogna iniziare a mettere mani alla legge. Non può essere che un imprenditore vittima di mafia o di corruzione non venga più chiamato a partecipare ai bandi, mentre chi è compiacente ha strada facile. In questo modo si penalizza chi ancora oggi crede in un cambiamento radicale della nostra isola».

Per Terranova, quindi, i tempi della ribellione di massa in Sicilia sono lontani. Il nuovo sistema con fattura poi è uno stratagemma che cela non solo il pizzo ma anche la corruzione nella pubblica amministrazione. Una speranza nel futuro? «Sicuramente noi ce la stiamo mettendo tutta - conclude il presidente della Fai Sicilia Terranova - crediamo nella nostra e in chi davvero vuole denunciare. Serve che la società si faccia sentire, che i giovani inizino a ribellarsi. Non possiamo accettare che Catania non sia scesa in piazza. È una città metropolitana e sarebbe bastato poco per dare sostegno a chi lavora con l’obiettivo di sconfiggere la piovra. A me piace pensarla così e sono convinto che una fiammella di speranza non può essere spenta con un semplice soffio d’autunno».