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L'INDAGINE

Catania, il pestaggio per il debito di droga. Tutto comincia dalla chiamata al 112: «Aiuto, hanno rapito mio figlio»

La ricostruzione dettagliata della spedizione punitiva che ha portato all'arresto di di Fabio Salvatore Di Gregorio, 38 anni, e Marco Luca Riso, 33 anni

Di Laura Distefano |

«Due loschi individui hanno sequestrato mio figlio». È cominciata da questa chiamata al 112 numero unico emergenza l’indagine della squadra mobile che ha portato all’arresto – su esecuzione di un’ordinanza del gip Stefano Montoneri su istanza del pm Andrea Bonomo – di Fabio Salvatore Di Gregorio, 38 anni, e Marco Luca Riso, 33 anni, per tentata estorsione aggravata dall’aver commesso il fatto in più persone riunite e all’interno di un’abitazione.

I due hanno organizzato un vero e proprio pestaggio, lo scorso 28 gennaio, per un debito di droga. La giovane vittima, a quanto pare assuntore di droga da diverso tempo, ha suonato al citofono di casa alle 3 di notte («Mamma apri ho dimenticato le chiavi, non sono solo…») ed è salito nell’appartamento al Villaggio Sant’Agata con i due indagati. Una volta in casa i toni si sarebbero alzati. La madre dalla camera da letto ha sentito urla e i chiari rumori di schiaffi e spintoni. «A nesciri sti soddi, tremila euro annuca ta facemu finiri mali», avrebbero detto in dialetto i due mentre rovistavano nell’abitazione e mettevano a soqquadro tutto. In un’altra stanza la zia, impaurita, è rimasta barricata in attesa. Il debitore avrebbe implorato «Marco» di calmare il compagno che sembrava «’mpazzutu». Ma non c’è stato verso. I due indagati sarebbero andati addirittura nella camera da letto della mamma cercando i soldi.

A nulla sarebbero serviti gli inviti a mollare tutto della giovane vittima. Per convincerli avrebbe addirittura tirato in ballo la parente chiusa nella sua camera: «Zia diglielo che siamo poveri». «Io questi soldi non li ho», avrebbe ripetuto mentre i due avrebbero continuato a rovistare nei cassetti e nelle credenze cercando contanti e non riuscendo a trovare nulla. Quindici minuti di violenza, ha cronometrato la madre. Poi hanno deciso di andare via e se lo sono portato dietro. «Mi devi dare i tremila euro, questi soldi devono uscire», hanno continuato a dire mentre uscivano dalla porta. La madre ha cercato di contattare il figlio al cellulare, ma i due glielo avrebbero preso. E addirittura poi lo avrebbero chiuso in un garage per ore. Ma su questa ipotesi il gip ha rigettato la misura.

Ma Di Gregorio e Riso, che hanno diversi precedenti penali e pare che siano invischiati nel mondo dello spaccio di droga, sono stati incastrati dalle immagini di una telecamera installata in una farmacia. L’occhio elettronico vede i due indagati con la vittima poco prima delle tre, e poi nuovamente verso le 3,15. Un riscontro importante alle testimonianze che sono state raccolte dagli investigatori della squadra mobile.

Le due parenti della vittima sono state dettagliate e precise. Hanno fornito descrizioni, hanno ben ricostruito i momenti di violenza. Il pestaggio, le urla, la casa messa sottosopra. Le due donne hanno rivissuto con i poliziotti minuto dopo minuto quella notte degli orrori. La mattina dopo però invece il giovane è stato reticente. Forse anche per paura. Ha parlato di un litigio per strada e nulla di più. In ospedale, nonostante i lividi ben visibili in faccia – in particolare nello zigomo – non ha voluto sottoporsi a esami radiografici.

Il gip, analizzando il materiale probatorio, ha accolto la richiesta del pm. Di Gregorio e Riso, infatti, sono stati accompagnati al carcere di Piazza Lanza

«L’audacia e l’insensibilità dimostrate nel perpetrare un atto così intrusivo e traumatico evidenziano che Riso e Di Gregorio – ha scritto il gip nel motivare le due misure cautelare – sono individui che non si lasciano frenare da norme sociali, morali e legali. La loro capacità di agire con tale livello di violenza diretta e personale indica che sono disposti a ricorrere a qualsiasi mezzo per raggiungere i loro obiettivi, senza considerare le conseguenze delle loro azioni sulle vittime e sulla società. Sul piano della prognosi sulla ricaduta nel reato, il loro comportamento aggressivo e sfacciato è un indicatore chiave del rischio di reiterazione. Individui che mostrano – conclude Montoneri – una tale disposizione alla violenza e all’aggressione sono altamente suscettibili di commettere ulteriori reati con evidente disprezzo per la legge e l’ordine pubblico».COPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA


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