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L'inchiesta

La “manina misteriosa” alla Procura di Palermo e l’apparente indagine su “mafia e appalti” scoperta dopo 32 anni

Nelle 190 bobine riascoltate la verità sulla collusione tra mafia e imprenditoria nella nuova indagine di Caltanissetta

Di Laura Mendola |

Quelle bobine e i brogliacci di un filone investigativo di “mafia e appalti” andavano cancellati per non lasciare traccia di una trama di collusioni tra imprenditoriale e malaffare. Il tempo però non ha cancellato le 190 bobine, né l’ordine trascritto dall’allora pm Gioacchino Natoli è stato eseguito. Così a 32 anni dalla strage di via D’Amelio quella “verità” sotto diversi punti di vista giudiziaria è venuta fuori.

L’ascolto delle intercettazioni

La nuova inchiesta della procura di Caltanissetta sulla strage di via D’Amelio ruota attorno all’ascolto di quei nastri alcuni consumati dal tempo che avrebbero potuto dare una svolta alla “tangentopoli” siciliana che unita a quella di Milano avrebbe smantellato quel sistema di collusione imprenditoriale che per anni ha messo in ginocchio la nostra isola. Appalti aggiudicati a tavolino, criminali con giacca e cravatta pronti a far partecipare nelle gare d’appalto gli amici. E se poi quelle opere – alcune rimaste nell’elenco delle incompiute – non sono state completate a discapito della collettività poco importa a chi per anni ha avuto palate di soldi pubblici da investire negli affari illeciti di cosa nostra.

L’ultimo capitolo giudiziario

Negli uffici di via Libertà hanno scoperto lo strano stratagemma investigativo per un determinato periodo è stato consumato negli uffici inquirenti di Palermo, lo stesso «covo di vipere» in cui Paolo Borsellino lavorava prima del 19 luglio del ’92. Un ufficio guidato da Pietro Giammanco, il procuratore capo che ha nascosto a Borsellino il carico di tritolo che cosa nostra ha fatto giungere in Sicilia per farlo saltare. Lo stesso procuratore che sarebbe l’istigatore di Gioacchino Natoli e del generale della Guardia di Finanza Stefano Screpanti. Quel capo della procura che ha interrotto una importante riunione con i magistrati antimafia di Palermo per partecipare ai funerali di Salvo Lima. Un personaggio controverso Giammanco, un manager giudiziario che negli uffici della procura di Palermo lavorava per aiutare gli amici.

Secondo il nuovo filone investigativo seguito dalla Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta sia Natoli che Screpanti avrebbero agevolato cosa nostra effettuando una “indagine apparente”, avrebbero sentito le discussioni di imprenditori e affaristi, ma quelle notizie di reato relative alla messa a disposizione di alcuni imprenditori palermitani.

Il documento “incriminato”

Siamo all’inizio del mese di giugno del 1992. L’autostrada per Capaci è un cratere aperto, il puzzo della strage ancora stravolge i superstiti, i corpi di Giovanni Falcone, della compagna e degli agenti di scorta giacciono già al cimitero mentre Paolo Borsellino freme. Vuole andare a Caltanissetta a raccontare perché Giovanni Falcone è stato ucciso. Sono giornate convulse per lui mentre negli uffici di Palermo si consuma un altro giallo. «Ordina la smagnetizzazione dei nastri relativi alle intercettazioni telefoniche o ambientali disposte» nel 91 e nel 92. È quanto battuto a macchina e firmato dall’allora sostituto procuratore Gioacchino Natoli in merito all’attività investigativa compiuta tra Palermo e Massa Carrara dove una cellula imprenditore palermitana si era insediata. Spunta anche che a penna è stato aggiunto: «e la distruzione dei brogliacci».

La nuova accusa

A distanza di 32 anni Gioacchino Natoli dopo essere stato audito dalla commissione nazionale antimafia manda una pec all’ufficio inquirente di Caltanissetta. «È stato Damiano Galati ad aggiungerlo». È questa in sintesi la sua comunicazione d’ufficio. Ma Galati prende le distanze. Dice che la calligrafia non è la sua. E nonostante siano trascorsi 32 anni da quell’episodio sono stati effettuati altri accertamenti tecnici. Così rimane il giallo della “manina misteriosa”, l’ennesima che getta ombre sulla ricostruzione della verità in un’isola che dopo 32 anni guarda ancora Giovanni Falcone e Paolo Borsellino come esempi da seguire per il loro comportamento integerrimo. Mentre in quegli stessi anni di ribellione siciliana c’era chi remava contro di loro e il lavoro che avevano svolto per liberare un’isola di mafia, affari e collusioni.

L’interrogatorio

L’ex pm Gioacchino Natoli dinnanzi al collega Salvatore De Luca, che guida l’ufficio inquirente di Palermo, si è avvalso della facoltà di non rispondere e nei prossimi giorni chiederà di essere sentito dai colleghi magistrati. Anche Screpanti sarà sentito dall’autorità giudiziaria nissena. Quel gran faldone di “mafia e appalti” che tanto stava a cuore ai giudici Falcone e Borsellino è stato insabbiato.COPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA


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