Lo Ius scholae in Sicilia e l’“invasione” che non c’è: solo 4 studenti su 100 non sono italiani
Il fact-checking. A Ragusa l’incidenza più alta. Zoccolo duro di iscritti alla primaria
«Mia moglie fa l’insegnante. Un anno, su quindici alunni in classe, ne aveva tredici stranieri, tra asiatici e africani. E parliamo di una scuola di Ortigia, nel cuore di Siracusa. Più di questa, che fotografia serve?». Paolo Italia, una vita nella scuola e nel sindacato, è adesso componente della segreteria regionale della Flc Cgil. La sua posizione sullo Ius scholae, vista l’istantanea appena scattata, è facilmente intuibile: «Qualcosa va fatta sicuramente, subito, per mille ragioni. La prima è che è meglio tenere i ragazzi e le ragazze a scuola. E dare la cittadinanza a conclusione di uno o due cicli è chiaramente un incentivo alla frequenza e un deterrente contro la dispersione», prosegue Italia.
I dati del Ministero
I dati sugli studenti non italiani in Sicilia li fornisce direttamente il Ministero dell’Istruzione e del Merito. Su 696.937 studenti iscritti nell’Isola nel 2022/2023 (l’ultimo anno per cui sono disponibili i numeri), 28.933 non hanno la cittadinanza italiana. Poco più del quattro per cento del totale. Ben lontani dal 17% e rotti, per esempio, della Lombardia.
Le parole di Italia
«In Sicilia il fenomeno è chiaramente a macchia di leopardo - interviene Italia - Ci sono territori dove la presenza degli stranieri è fortissima e territori dove, in pratica, nemmeno si sente». Il lavoro nel settore dell’agricoltura è una variabile che va tenuta in considerazione: «In un istituto di istruzione secondaria di Pachino, qualche anno fa, si tentò un esperimento interessante - racconta il sindacalista - per combattere la dispersione scolastica proprio dei minori stranieri: spostare l’orario scolastico, facendoli venire in classe dalle 14 alle 19. Purtroppo l’esperimento venne bocciato dall’ufficio scolastico regionale, l’operazione non vide mai la luce perché non fu autorizzata. Ci sono territori dove, durante la stagione di raccolta, è impensabile tenere i ragazzi, anche se minori, in aula. Vanno a lavorare, non c’è modo di evitarlo».
Il punto, però, è che un ragazzino di 14, 15 o 16 anni dovrebbe stare dietro a un banco, non dentro a una serra. «La realtà va fotografata per com’è: l’unico modo per recuperare i più giovani è farli venire a scuola, costruire le condizioni perché frequentino le lezioni con i loro coetanei, perché vivano l’esperienza con gli insegnanti e le insegnanti. È così che le cose cambiano». Cioè il ragionamento che viene fatto per le scuole di frontiera, nei quartieri popolari, dove il personale docente e non docente combatte - con tutti gli strumenti che riesce a immaginare - la dispersione scolastica di chi la nazionalità italiana ce l’ha per diritto di nascita. «Lo Ius scholae aiuterebbe a ridurre l’arbitrio dei nuclei familiari di origine o le difficoltà dei tutori, qualora il nucleo d’origine non ci sia», aggiunge Paolo Italia.
«Gli stranieri nati in Italia sono perfettamente integrati, ma per i minori stranieri che arrivano già più grandi bisogna fare un ragionamento diverso», afferma Maria Cassonello, referente per la Sicilia della Gilda degli insegnanti. «Bisogna fare formazione per i nostri docenti - afferma Cassonello - per accogliere al meglio gli studenti stranieri. E, nel caso in cui ce ne siano in classe, bisogna ridurre il numero degli alunni. Perché un insegnante deve essere messo nelle condizioni di seguire ogni studente secondo necessità, ed è impensabile farlo se in una classe di trenta allievi ci sono molti non italiani che, magari, non parlano bene la lingua». Secondo la referente regionale della Gilda, «il ministero e gli enti locali dovrebbero aiutare di più le scuole e formare il personale anche per gestire aule multietniche».
«Io penso invece che i nostri insegnanti siano preparatissimi e che gestiscano con successo situazioni di estrema complessità - replica Italia - Il problema dei nostri docenti, semmai, sono le retribuzioni troppo basse e la sempre più scarsa attenzione al comparto scuola. Poi è chiaro che tutto si può migliorare e che la formazione è sempre utile. I nostri insegnanti sono bravi e già oggi lavorano in classi piene di gente che ha origini diverse».