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Migranti: se l’Europa gioca con l’Africa al leone e la gazzella aspettando di azzannarla

Di Abdelfetah Mohammed |

In un museo di Torino, un quadro che raffigura molte armi e tanti feriti, racconta la Battaglia delle Alpi Occidentali tra la Francia e il Regno d’Italia, in cui quest’ultimo occupò il sud della Francia. Quello fu l’ultimo scontro armato tra i due Paesi. Tuttavia, quei carri armati e i soldati feriti si possono vedere oggi dal vivo in qualsiasi Paese africano ex colonia dei due Paesi. Non è un segreto che ancora oggi il mondo occidentale abbia basato il suo modello di sviluppo sul creare guerre e vendere armi. Ma ciò che ha creato in questo ultimo scorcio di tempo una certa sorpresa è che qualcuno, quasi come se facesse un’analisi di coscienza, denunciasse con forza la colonizzazione e lo sfruttamento dell’Africa e del Terzo mondo. Ma solo colonizzazione e sfruttamento degli altri. Chi segue la traccia degli eventi recenti, ricorda che il vicepremier italiano, Luigi Di Maio, ha portato all’attenzione dell’opinione pubblica «lo sfruttamento delle risorse africane da parte della Francia», svelando, in verità, in questo modo al pubblico la guerra segreta con la Francia che è in corso in Africa, precisamente in Libia e in Niger, dove Italia e Francia rappresentano gli interessi di Eni e Shell.

Per capire il perché sia importante tutto ciò, bisogna guardare agli avvenimenti di quei giorni, in particolare di quelli che hanno preceduto un’altra tragedia del mare con oltre 100 migranti morti. Il giorno prima quel naufragio c’è stato, infatti, l’incontro tra i ministri degli Esteri dei Paesi del Mediterraneo a Malta sul tema delle migrazioni. Un incontro durante il quale il ministro libico chiedeva denaro e armi senza che nessuno, stavolta, gli desse ascolto. Il giorno dopo questo incontro, i titoli dei giornali annunciavano 117 migranti morti nel Mediterraneo e altri 100 che stavano per morire congelati. Richiesta a cui né l’Italia né Malta davano risposta. Soltanto dopo una telefonata del presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, al governo libico, le 100 persone sono state salvate dai libici. Ma nessuno sa cosa abbia promesso Conte in cambio di quel salvataggio. Di certo c’è che lo stesso giorno Di Maio parla pubblicamente del neo colonialismo francese e Salvini attacca: bersaglio la Francia, non la Libia, nonostante i migranti passino da lì e da lì si imbarchino per arrivare sin qui. Come mai, allora? Si sa che Tripoli è controllata dal governo di accordo nazionale guidato dal primo ministro Fayez al Serraj, appoggiato e sostenuto con molta convinzione dall’Italia, prima dai governi Renzi e Gentiloni e oggi dal governo Conte. Una leadership, però, che sta perdendo terreno e forza, anche perché è noto che si tratta di un governo protetto dalle milizie che ogni giorno combattono con chi paga di più.

E torna, allora, la domanda: cosa avrebbe promesso l’Italia alla Libia per quel salvataggio? Quello che hanno riportato vari giornali libici e internazionali è che dietro ci sarebbe stata la richiesta di Serraj al governo gialloverde di sostenerlo con armi e soldati perché sta diventando sempre più debole nei confronti del generale Haftar, che è alleato della Francia e che sta accrescendo il suo potere nel Paese. In altre parole la guerra in Libia è tra Eni Italiana e Shell francese. E, in tutti casi, i perdenti sono i migranti.

L’altro scenario in cui la tragedia dei migranti si sviluppa quotidianamente è quella legata ai litigi e agli egoismi tra Paesi dell’Ue. Con l’effetto che negli ultimi anni a finire sul banco degli accusati sono state le ONG che, nonostante salvino vite umane, vengono accusate di essere complici dei trafficanti o trafficanti esse stesse, come accade in queste ore con la Sea Watch che sta in balia del mare e dei capricci del governo italiano, con 47 persone a bordo .

Nessuno che pensi mai ai parenti dei dispersi e dei morti, cui resta quella domanda amara, che non dimenticheranno per tutta la loro vita e a cui mai qualcuno potrà dare loro risposta: perché nessuno gli ha salvati?

In uno degli ultimi incidenti, in cui sono morti oltre cento migranti, si è finito con il dare la colpa agli immigrati stessi, perché non sapevano nuotare. Questo ha pensato dei tre sopravvissuti al naufragio, quando ha commentato quella tragedia dicendo: «Noi non siamo pesci!».

Ma chi sono i responsabili veri di questi naufragi? Se torniamo alle dichiarazioni di Luigi Di Maio, dobbiamo dire che per due motivi le sue parole sono solo offensiva verso l’Africa e verso i familiari dei dispersi nel mare. Intanto perché adesso, mentre scriviamo, ci sono ancora 47 persone su una nave, ostaggi della politica di questo governo gialloverde e quindi, com’è naturale, diventa assurdo pensare di potere dare lezioni morali agli altri.

La seconda ragione è che questo governo sta continuando la politica dell’ex ministro del Pd, Minniti, che accettò, nel tentativo di far fermare le partenze di navi dalla Libia, di fare un accordo con Tripoli, pur sapendo che i soldi versati dall’Italia sarebbero andati ai trafficanti e torturatori di esseri umani.

Nel frattempo in Africa tutti beffardamente ridono, perché sanno benissimo cosa c’è dietro questo scontro (a parole) tra i due Paesi europei in Africa: il fatto che stanno andando a meno 1% di crescita del PIL e che le accuse di colonizzare l’Africa non sono altro che strategie per cercare nuovi mercati e materie prime: né all’Italia né alla Francia importa nulla degli africani e dell’Africa, se non come territorio di giacimenti da sfruttare.

Per rispondere a Di Maio sul perché avvengano le migrazioni, basta ricordare una fiaba che ci raccontavano quando eravamo piccoli e andavamo a dormire. Una storia che ci insegna come la colonizzazione sia inevitabile. Nella fiaba si racconta che il leone è un animale pigro e ogni volta che ha fame, esce la testa dalla sua tana e lancia un lunghissimo ruggito. Così la gazzella, che dorme tranquilla nel suo nascondiglio, si sveglia d’improvviso per scappare, impazzendo dalla paura. La gazzella correndo arriva fino alla tana del leone e così mette fine alla sua vita: una cosa simile alla nostra storia di migrazione.COPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA


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