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Cronaca

Cattura di Matteo Messina Denaro: ecco perché la pista agrigentina è sempre calda

Già nel 2012 si sfiorò la cattura nell’area belicina seguendo i pizzini che il boss Sutera leggeva in campagna vicino a un  casolare

Di Franco Castaldo

Dopo lo scoop delle immagini che ritrarrebbero Matteo Messina Denaro, nel 2009 a bordo di un suv Mitsubishi Pajero, in piena Valle del Belice, versante agrigentino e il giusto clamore suscitato, oggi tutti si interrogano e, con più cautela, si pongono una sacrosanta domanda: è lui o no?

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In Procura, l’aggiunto Paolo Guido ai giornalisti che lo interpellano, con molta cautela non garantisce certezze. Bisognerà verificare ancora. Ma non sarebbe una sorpresa sapere che a bordo di quel suv a poche centinaia di metri dalle terre di Pietro Campo, territorio di Santa Margherita Belice, ci fosse proprio Matteo “’u siccu”. Sarebbe financo banale se si tengono a mente le indagini sviluppate attorno a “Diabolik” ovvero “Alessio”, sia prima che dopo il 2009 - data del video mandato in onda dal Tg2 -  per capire che quel territorio agrigentino della Valle del Belice è stato ripetutamente la sua tana.

Ne era talmente convinta l’allora procuratore aggiunto Teresa Principato, oggi alla Dna, che ha sperato lungamente di catturarlo già nel 2012 seguendo le orme lasciate da Leo Sutera nei territori di Santa Margherita Belice, Montevago, Menfi, Sambuca di Sicilia, e i pizzini, attribuiti a Messina Denaro, che il boss di Sambuca leggeva in aperta campagna nelle vicinanze di un casolare malmesso in contrada Miccina.

 

 

Il procuratore Principato, ed aveva le sue buone ragioni, supportata dai carabinieri del Ros capì che era ad un passo dalla cattura dell’imprendibile Matteo Messina Denaro. Sul più bello, mentre le attività investigative avevano raggiunto l’acme, il colpo di scena nel giugno 2012: eseguendo l’operazione antimafia “Nuova cupola” (veramente brillante oltre i luoghi comuni) venne arrestato, insieme ad una cinquantina di persone, proprio Leo Sutera, impegnato in quel periodo a riorganizzare, per conto di “’u siccu” la mafia in Sicilia in quel tempo lacerata dalle retate, dalle conseguenze dell’azione stragista e dai morti ammazzati. 

Fine di un sogno che l’altro giorno, alimentato dalle nuove immagini di Messina Denaro e dallo spettacolare ma poco producente (nell’immediatezza) rastrellamento dell’intera Valle del Belice, sembrava potersi materializzare.

 

 

In parallelo, ma senza influire sull’operazione dell’altro giorno, emergono con chiarezza scenari impensabili fino a poco tempo fa, dalle dichiarazioni dell’avvocato Angela Porcello, finita nel carcere di Latina, nell’ambito dell’operazione “Xydi”, per essere stata consigliori e braccio destro (nonché compagna per otto anni) di Giancarlo Buggea: una condanna per mafia già scontata, vicinissimo al boss Giuseppe Falsone, padre assassinato tra le vigne, una vita, si capisce oggi con maggiore certezza, dentro Cosa nostra canicattenese (che in Sicilia conta, eccome, da 100 anni). Intanto, Porcello ha svelato che Buggea e Matteo Messina Denaro si conoscono da oltre sei lustri. Ha conosciuto persino “Mastro Ciccio”, genitore di Matteo ed è amico molto stretto di Luca Bellomo, nipote dell’uomo più ricercato del pianeta. 
Afferma l’avvocato Porcello nelle sue dichiarazioni ai pm (che non le hanno dato la patente di collaboratore di giustizia): «Le posso dire che negli anni, per ben tre anni, ho intrattenuto un rapporto amicale e familiare molto stretto con la nipote del Messina Denaro, che è Lorenza Guttadauro. La mamma di questa Lorenza Guttadauro è la sorella del Messina Denaro. Buggea conosceva Messina Denaro, si erano incontrati prima del primo arresto del Buggea nel 2004-2005 quindi prima, quando io non facevo parte della vita del Buggea, si erano incontrati e conosceva bene il padre, credo che lo chiamasse “Don Ciccio” Messina Denaro, se non vado errata, Ciccio o Francesco».

 

 

Inquietante la circostanza secondo la quale Buggea possa conoscere chi attualmente “tenesse” (aiutasse nella latitanza) “Alessio” alia Matteo. Dice la Porcello: «Allora, io su Matteo Messina Denaro non ho avuto informazioni che mi potevano andare a localizzarlo né chi erano questi che Buggea, più volte esprimendosi, diceva “ce l'avevano” come se erano persone che lo proteggevano perché l’espressione usata in dialetto nostro corrisponde a “chi ce l'aveva” a chi si occupava della sua latitanza, ne curava gli interessi».

Ecco il punto cruciale: si riparte (e non solo) da qui. 

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