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Cronaca

Diario di viaggio Rovereto-Sicilia, 22 ore d'odissea sull'asfalto rovente

Il Paese a due velocità: autostrade a 4 corsie e autogrill “svizzeri” fino a Napoli. Da lì in poi l’incubo. Fino al gran finale: quattro ore d’attesa sullo Stretto

Di Martino Geraci

Ore 3,30 di una domenica mattina, Rovereto. Abbiamo terminato di caricare la macchina e siamo pronti per partire. Direzione: l’amata Sicilia, dove contiamo di trascorrere, tra mare, Etna e buona cucina, le due settimane di meritato riposo, dopo un intenso anno di lavoro vissuto nel più profondo e “gelido” Nord. Consultiamo sul cellulare l’ormai indispensabile Google Maps, la cui voce inconfondibile dello speaker virtuale ci informa che di lì alla tanto agognata meta ci separano ben 1.407 chilometri con un tempo stimato di durata del viaggio di circa 15 ore. Santa pazienza, pensiamo. Per raggiungere il paradiso (Sicilia), bisogna pur sobbarcarsi qualche disagio e l’immancabile fatica fisica, ma mai avremmo pensato di vivere quello che stiamo per raccontare. Una vera e propria Odissea.

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Comunque l’adrenalina di rivedere la propria terra, ci spinge a metterci subito in marcia. Lasciamo la bella e ospitale cittadina, sede del rinomato Mart (Museo d’arte moderna e contemporanea), con una leggera pioggerellina e con una temperatura da tarda primavera. La frescura è  viatico per cominciare bene il tragitto. Sull’A22, la cosiddetta autostrada del Brennero, il traffico è quasi inesistente e non c’è traccia di veicoli neppure all’uscita per Riva del Garda, dove gli intasamenti sono sempre all’ordine del giorno. Le condizioni sono così ottimali da farci procedere spediti nel buio della notte trentina. I primi bagliori artificiali li incrociamo allo svincolo di Verona Nord. Provengono dal sottostante aeroporto Catullo, che, nonostante l’ora, è un viavai di aerei charter che arrivano e decollano.

Poco dopo arriviamo a Modena e poi giù per altri 43 chilometri, lungo l’A1/E35, fino a Bologna. Qui incrociamo migliaia di mezzi che procedono lesti verso la riviera romagnola, ma la carreggiata a quattro corsie (chissà se mai le vedremo in Sicilia!) non crea congestioni. Nei pressi di Arezzo ci fermiamo per il primo caffè. Non è buono come il nostro, ma di certo superiore a quello che si beve in terra padana. L’area di servizio è organizzata di tutto punto: pulizia ovunque, distanziamento e obbligo di mascherina anche all’esterno.

Ci rimettiamo in marcia e l’inseparabile voce dell’app ci informa che non avremmo trovare interruzioni e che saremmo arrivati alla barriera di Napoli prima delle 10 del mattino. Una profezia azzeccata, perché attraversiamo il Lazio e la parte nord della Campania spediti come un “Freccia Rossa”. A quella velocità, pensavamo, saremmo giunti a Villa nel primo pomeriggio. E come capita spesso,  i conti si fanno senza l’oste.

Dopo aver fatto una seconda sosta nei pressi di Maddaloni, infatti, comincia per noi un altro viaggio, da incubo: una rappresentazione plastica di un Paese che procede a una doppia velocità, con un gap ancora tutto da colmare tra il Nord e il Sud. Altro che fondi del Pnrr,  per invertire le cose gioverebbe un cambio radicale di mentalità. Alla pulizia e all’ordine, subentrano purtroppo sporcizia e caos totale. Googl Maps inizia a darci brutte notizie. Ci segnala forti rallentamenti da Napoli fino a Frascineto, per la bellezza di circa 250 chilometri. Tempo previsto di percorrenza: 5 ore.

Intanto la temperatura esterna supera i 40 gradi con l’area condizionata a palla.  Infilati in una situazione simile, non resta altro che affidarsi al Padre Eterno. Ma dal cielo non giungono ahimè buone notizie, perché rimaniamo bloccati per un’ora e mezza sulla E 841. Finalmente superiamo Salerno e imbocchiamo l’A2/E45. Le previsioni continuano a essere disastrose, con ritardi su ritardi, ma di cantieri in giro non c’è traccia. Più che in autostrada, sembra di essere sulla tratta ferroviaria percorsa dalla mitica Freccia del Sud, che, ai tempi, si fermava in tutte le stazioni. L’interminabile colonna d’auto, difatti, procede a passo di lumaca da Salerno fino ai piedi del Pollino, Basilicata.

Il sole continua a picchiare ancora più forte e il caos regna. L’Anas non dà assistenza, tutte le aree di servizio sono stracolme all’inverosimile e le piazzole ai bordi della carreggiata diventano a quel punto l’unico luogo di sosta per i malcapitati viaggiatori. C’è chi li utilizza per scacciare un riposino, chi per addentare un panino e chi per adempiere, sotto gli occhi di tutti, ai bisogni fisiologici. Scene da Terzo Mondo, da far arrossire anche il più imperituro degli ottimisti. Che riportano il nostro Paese indietro di decenni, in barba alle false promesse di sviluppo infrastrutturale dei nostri politici.

Dopo 7 ore di calvario, che ha messo a dura prova la tenuta fisica e quella psicologica, il traffico riprende a scorrere nei pressi di Cosenza, ma dinanzi a noi si prospetta l’ultima fatica d’Ercole prima di rivedere la Sicilia: l’attraversamento dello Stretto. Gli aggiornamenti sui tabelloni Anas riportano 180 minuti di attesa a Villa San Giovanni e sarà proprio così.

Troviamo la coda  già al bivio di Santa Trada. Al porto, i mezzi sono imbottigliati l’uno accanto all’altro come pezzi di un puzzle, privi anche delle corsie d’emergenza. Dagli abitacoli si odono pianti di bambini, guaiti di cani stremati, grida di coppie in liete per avere scelta la Sicilia come meta per le vacanze. E anche l’immancabile battutaccia di un conducente di una Panda grigia: «Ma quannu minchia u fanu stu Ponte biniritto?».

Parole che, nella loro semplicità, dovrebbero far riflettere bene chi detiene le leve del comando sia a Roma che a Palermo. Che abbiano una volta per tutte il coraggio di investire nel meridione, scevri dai soliti pregiudizi che ci accompagnano da decenni e che continuano purtroppo a mortificarci a tutte le latitudini. 

Alla fine riusciamo a traghettare con quattro ore di attesa e arriviamo a casa dopo oltre 22 ore di viaggio, in piena notte. In simili circostanze, è già una miracolo essere arrivati.  

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