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Cronaca

Gas, petrolio e guerra: il polo siracusano tra i sogni algerini e la pericolosa ostilità ai russi

La Isab Lukoil sta pagando il prezzo di sanzioni mai comminate ma in realtà applicate da diversi partner (anche statali). Sull'algerina Sonatrach si concentrano le ipotesi di un rigassificatore

Di Massimiliano Torneo

Da una parte l’eccesso di zelo, o la «over compliance» (come la chiama il vicedirettore della Isab-Lukoil Claudio Geraci) dei fornitori che stanno boicottando l’azienda che nel polo siracusano è titolare di due raffinerie e due impianti di gassificazione, “colpevole” di gravitare nel mondo della russa Lukoil, senza che in realtà sia destinataria di alcuna sanzione. Dall’altra una suggestione che rischia di restare tale: l’accordo Italia-Algeria sul gas, che lega in un rapporto commerciale le grandi aziende energetiche di Stato dei due Paesi, Eni e Sonatrach, illude su un eventuale ruolo dell’altra grande raffineria del petrolchimico aretuseo, l’algerina Sonatrach alle porte di Augusta, i cui vertici però fanno sapere: «Il nostro business è il petrolio. Non abbiamo in programma investimenti sul gas». 

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Gli effetti della guerra in Ucraina, insomma, si stanno riversando anche su questi trenta chilometri di stabilimenti energetici sulla costa Nord di Siracusa, tutti legati commercialmente tra loro. Un polo già in crisi e in piena fase di “transizione”, sul quale la pandemia ha già lasciato perdite per oltre un miliardo di euro e che adesso fa temere per i suoi 7.500 operai, tra interni e indotto, tanto che l’appello alla mobilitazione generale ha unito Confindustria, sindacati e deputazione locale. Tutti frustrati, al momento, dalle mancate rassicurazioni del governo nazionale richieste a gran voce per far cessare l’ostilità nei confronti della più importante azienda petrolifera del polo: più di dieci aziende, tra cui alcune italiane, hanno deciso di sospendere i rapporti di lavoro con Isab-Lukoil.

«Isab è una società italiana a tutti gli effetti, la cui proprietà – ha spiegato in queste settimane il vicedirettore Geraci –  è di una società svizzera, Litasco, con partecipazione della russa Lukoil. Né Isab, né Litasco, né Lukoil sono oggetto di sanzioni». Eppure: «Si sta generando un effetto annuncio – ha aggiunto Geraci –  sulle sanzioni e a questo si accompagna un’onda di indignazione nei confronti di tutto ciò che, in qualche modo, afferisce alla Russia. Sta accadendo che stiamo subendo gli effetti delle sanzioni nonostante queste non siano state emesse». Perciò era stato richiesto «un intervento istituzionale perché si faccia chiarezza sulla nostra posizione in modo da porci nelle condizioni di poter operare. Altrimenti, ci dicano chiaramente che dobbiamo restare fermi».

L’azienda si sta vedendo negare  «la fornitura di servizi e parti di ricambio essenziali ai fini della produzione». Anche una società di Stato tra quelle che hanno deciso di voltarle le spalle: non sta più fornendo l’assistenza del software del mercato elettrico. Il presidente di Confindustria Siracusa Diego Bivona ha denunciato l’ “effetto valanga” della crisi Isab, «in grado di travolgere molte delle realtà produttive della provincia».

L’appello al governo è però caduto nel vuoto. Deputati e industriali hanno scritto al presidente del Consiglio Mario Draghi, al ministro dell’Economia Daniele Franco, ma anche al Capo dello Stato Sergio Mattarella affinché giungessero rassicurazioni alle aziende come accadde nel 2011 con Tamoil, durante la crisi libica. Niente, silenzio. E le ragioni si comprendono tutte. Sul governo italiano c’è un pressing internazionale per fermare del tutto le importazioni di petrolio russo, e qui il petrolio russo arriva. Grezzo e viene trasformato in prodotto commerciale. Su una delle petroliere russe che lo trasportano due giorni fa si è abbattuta anche la propaganda “Peace, not oil” di Greenpeace, proprio sul pontile Isab nel golfo di Siracusa. Sull’ipotesi che la Ue stia preparando restrizioni sul petrolio russo, dal 24 aprile, Geraci alza le braccia.

Un fatto positivo sembrava l’accordo Italia-Algeria (Eni e Sonatrach) appena siglato, visto che l’avamposto africano sul territorio nazionale è proprio qui, alle porte di Augusta, dove l’azienda di Stato algerina ha acquistato la raffineria Esso nel 2018. Ma a spegnere gli entusiasmi pensa lo stesso amministratore delegato di Sonatrach, Rosario Pistorio: «Da un punto di vista tecnico non c’entriamo nulla con l’accordo, che riguarda i volumi di gas che arriveranno attraverso il gasdotto, a Mazara del Vallo». E però, oltre ai benefici indiretti, di immagine e interlocuzione, nell’accordo c’è pure la parte delle infrastrutture e dei nuovi impianti: «Sono tutti esplorativi e estrattivi, ma in Algeria», gela ancora Pistorio.

Una parte del gas che dovrà arrivare dall’Algeria, infatti, dev’essere prodotto. E, forse, qui ci potrebbe essere uno spiraglio: nell’ipotesi rigassificatore, Sonatrach è qui e la mela non potrebbe cadere distante dall’albero, anche perché sul territorio nazionale di impianti di questo tipo ne esistono solo tre, nessuno da Roma in giù. Potrebbe essere una delle due piattaforme galleggianti già ipotizzate dal governo. Ma niente di ufficiale. Ancora. «Al momento ad Augusta – chiude Pistorio - ci sono progetti di idrogeno verde, ma niente gassificazione». Sul fronte mobilitazione la prossima settimana Bivona incontrerà il presidente nazionale di Confindustria, Carlo Bonomi.

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